Tu ci credi a Babbo Natale? – Clarissa Costa




Era la sera della vigilia di natale, la neve ghiacciata caramellava di bianco i tetti e i vialetti delle case, i rami neri degli alberi simili a bastoncini di zucchero.
Il vento incerto che aveva accompagnato sin dall’autunno l’intera cittadina si era infine abbattuto sulle finestre degli abitanti. In quella di casa Liddle in particolare, con il naso premuto contro il vetro, Kate osservava i festeggiamenti dei vicini, le solite abitudini che si ripetevano ogni anno come in un teatrino. La condensa, ora simile a pizzo cristallizzato, era la cornice perfetta del quadretto di ostentato spirito natalizio che poteva scorgere all’interno delle case: tavole imbandite, scambi di doni, risate, luci intermittenti e multicolori.
“Kate, non vieni ad aprire i regali?”
Una mano le si appoggiò sulla spalla, indirizzandola con una delicata pressione a raggiungere la mole di parenti che si accalcava in soggiorno, facendo sembrare la casa più piccola e opprimente.
Si accomodò mestamente nell’angolo vuoto del divano, mentre i due cugini più piccoli seduti alla sua destra saltellavano sul posto in trepida attesa dell’arrivo di Babbo Natale.
In realtà, Kate lo sapeva bene, quello che ogni anno entrava con un sacco pieno di regali da distribuire, un’improbabile giacca rossa e una barba di lana, non era altro che suo cugino Thomas, scocciato protagonista di quella messa in scena.
Kate non lo biasimava, neanche a lei piaceva il Natale. Più precisamente, lei odiava Babbo Natale.
Due anni prima ne aveva parlato con i suoi cugini, tentando di spiegare che non era buono come tutti pensavano, che entrava di notte nelle case e nelle camere, come un ladro, era un uomo orribile. In risposta, sua cugina Anna, di tre anni più grande di lei, l’aveva schiaffeggiata. “Kate, come puoi dire queste cose di fronte ai più piccoli? Sei tu la persona orribile”.
Non tirò più fuori l’argomento e non provò più ad avvertirli, tanto non avrebbero capito.
Arrivò infine anche il suo turno di aprire i pacchetti: regali tradizionali, simili all’anno precedente. Kate si rifiutava di scrivere la lettera a Babbo Natale, perciò i parenti, in assenza di una lista, ripiegavano sempre su maglioni, cappelli, talvolta un peluche.
La consegna dei doni sanciva la fine della serata, e lentamente la sala si svuotò. Rimasero solo due zii e i loro figli Thomas e Anna che, arrivando da un’altra città a ore di macchina da lì, rimanevano sempre a dormire nella camera degli ospiti, per poi ripartire la mattina seguente.
Mentre sua madre rassettava la cucina con l’aiuto della zia, suo padre la accompagnò in camera, aiutandola a infilarsi il pigiama e rimboccandole le coperte.
“Ora dormi, è molto tardi”, le disse. “A parte tuo cugino Thomas che, ammettiamo, come Babbo Natale è abbastanza negato”, sorrise ironico, “lo sai che quello vero entra solo nelle case dei bambini già addormentati”.
Suo padre in genere si sbagliava di rado, eppure quella volta non poteva essere più in torto: l’uomo in rosso sgattaiolava silenzioso, diventava l’ombra stessa delle porte, cercando di non farsi vedere da nessuno. Ma entrava, indipendentemente che lei fosse sveglia o meno, o che gli sussurrasse di andarsene.
“Troverai il regalo sotto l’albero domani mattina”, continuò. Poi la baciò sulla fronte e uscì dalla stanza, socchiudendo la porta.
Kate aspettò che tutte le luci si spegnessero e che la casa cadesse nel silenzio. Poi si alzò, scalciando via le coperte.
Quell’anno sarebbe andata diversamente, si ripeteva mentalmente. Quell’anno aveva un piano, un piano tuttavia rischioso. Doveva aspettare il momento giusto, non doveva agire né troppo presto né troppo tardi, altrimenti l’avrebbe scoperta e tutto sarebbe andato perduto.
I piedi scalzi sul pavimento freddo uniti all’oscurità del corridoio le provocarono brividi lungo il collo, l’adrenalina che le ribolliva nel sangue. Poteva sentire il pulsare frenetico del suo cuore nelle tempie mentre, accucciandosi, raggiungeva la cucina. Si voltò indietro, assicurandosi che nel frattempo non si fosse accesa nessuna luce o che nessuno si fosse alzato, e afferrò a tentoni il cassetto degli utensili. Al primo strattone, il vecchio legno del mobile scricchiolò e Kate reprimette un gemito, portandosi la mano alla bocca. Con rapide occhiate controllò il corridoio, la sala, il camino. Tutto rimase muto e immobile.
Infilò la mano nel cassetto mezzo aperto e ne estrasse il coltello, la grossa lama appuntita alla quale sua madre le pregava sempre di prestare attenzione.
Presa da uno slancio di coraggio misto a paura, si fiondò di nuovo in camera, quasi di corsa. Si infilò rapida sotto le coperte, il coltello alla mano, ansimante.
Appena in tempo. La porta cigolò, spinta dalla presa di una mano guantata di rosso. Kate guardò la figura affacciarsi spalancando gli occhi e rinforzando la presa sul coltello. Era come se lo ricordava: una figura mostruosa, ossuta e pallida in quell’enorme vestito rosso, la testa e il volto ricoperti di riccioli annodati e bianchi, gli occhi grandi e bramosi. Cominciò ad ansimare più forte.
“Shhh, zitta piccola Kate”, le sussurrò, avvicinandosi al letto. “Sai che devi fare la brava”.
Si chinò su di lei, baciandole le guancia, accarezzandole la gamba attraverso le coperte. Da quella distanza, Kate poteva sentire il suo alito sulla nuca. Un senso di nausea la travolse.
“Ti ho portato un regalino. Lo potrai avere dopo, se sarai stata buona”, continuò, cercando di infilare l’altra mano sotto le coperte.
Basta, basta. “NO!”, gridò, e da sotto le coperte estrasse il coltello, conficcandoglielo nella spalla, incontrando la resistenza di un osso, facendolo urlare di dolore e di sorpresa.
“NO!”, gridò di nuovo, con tutto il fiato che aveva rimasto. Estrasse il coltello per poi ripiantarglielo nel petto.
Sentì il corpo dell’essere diventare molle e pesante, afflosciandosi su di lei, mentre delle lacrime avevano incominciato a rigarle le guance.
Una luce si accese, delle persone entrarono rumorosamente, una donna urlò.
Kate poi, negli anni a venire, non ricordò molto. Flash di immagini di suo cugino Thomas con indosso il costume da Babbo Natale, ricoperto di sangue, e con un coltello conficcato all’altezza del cuore. Per ultimo, un biglietto legato a un pacchetto con su scritto “Buon Natale”.


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