Sfera di Natale – Paolo Borzini




Mentre ero fermo davanti alla vetrina in quella limpida e fredda notte della vigilia di Natale, provai ancora la strana e irresistibile sensazione di qualcosa che mancava dentro di me; un vuoto che si sarebbe colmato solo se l’oggetto dei miei desideri fosse stato mio. Quella stessa sensazione che mi aveva spinto a uscire di casa e mettermi a girare per la città. Decisi di entrare e spinsi la spessa porta di quercia, il campanello sullo stipite cominciò a suonare. L’enorme negozio era pieno di cose vecchie e residuati di guerre da chissà quanto tempo finite, sembrava di essere nei sotterranei di Warehouse 13. Un anziano dal viso nodoso mi si fece incontro. Era stretto e lungo come un chiodo e aveva un volto lungo e affilato con una folta lunga barba grigia che glielo incorniciava.
“Buonasera” e andando subito al nodo della questione gli dissi “mi interessa la sfera che è in vetrina tra la coppa di legno e una pietra viola.”
“Non è in vendita” rispose il vecchio con voce roca “ma solo per esposizione”
“Mi dica quanto vuole” e tirai fuori dalla tasca della giacca un rotolo di banconote da cento euro “sono un collezionista di quegli oggetti e pago bene.”
La risata del vecchio mi prese alla sprovvista “Silenzio sciocco, le ripeto che non solo non è in vendita ma un oggetto come questo con la magia che porta dentro non sarà in grado di permetterselo nemmeno se lavorasse tutta una vita nelle miniere di Kimberley” dicendo questo andò verso la vetrina e prese l’oggetto conteso, come volesse sottolineare che era suo e che non l’avrebbe ceduto.
“Magia! Ma di che cosa sta parlando, è la vigilia di Natale e sono l’unico cliente, non le interessa vendere!”
“Lei non sa proprio di cosa parla, ma io si.” abbassò la voce come se stesse parlando a se stesso “Ci sono magie che vanno oltre la semplice comprensione, potrebbe viverci in mezzo per mille anni senza capire nulla di esse, se loro non vogliono.”
“Lei è un vecchio pazzo” gli dissi ma non compresi subito quanto ero lontano dal vero.
A quelle parole l’anziano venditore mi diede uno schiaffo in pieno volto. Umiliato più che dolorante mi tolsi una goccia di sangue che scendeva dal naso con il fazzoletto. All’improvviso mi colse una strana vertigine, i miei sensi mutarono in qualcosa di strano, di animalesco. Mi guardai intorno, presi un’ascia bipenne da un’armatura medievale la puntai verso il vecchio che si era spostato in fondo al bancone. Lo saltai con un agilità giovanile che credevo perduta, lui mi guardava con uno strano sguardo negli occhi acquosi. Non si difese anzi porto in avanti il mento barbuto e rugoso in un moto di sfida mormorando delle parole segrete e nascose la mano destra con l’oggetto che volevo dietro la schiena. Calai l’ascia una prima volta e udii un rumore secco, come l’improvviso spezzarsi di una fune tesa. Poi una seconda, una terza e una quarta volta. Ogni volta l’ascia staccava un pezzo dell’anziano come se fosse un enorme kebab. Parti del vecchio erano sparsi attorno ai miei piedi e il sangue dappertutto rendeva scivoloso il pavimento. Con l’aiuto dell’ascia girai quello che rimaneva del busto e mi chinai per recuperare quello che consideravo il mio tesoro. Presi il bulbo di vetro nelle mie mani, lo pulii dalle macchie di sangue che lo sporcavano e lo girai sottosopra. Lo alzai sopra di me e guardai estasiato lo spettacolo che si presentava ai miei occhi, il castello addobbato a festa sulla cima della collina, tutto attorno una foresta di abeti e sopra di tutto la neve che scendeva abbondante.
Lo scampanellio della porta mi fece girare e vidi una coppia ferma sulla soglia che inorridita guardava il carnaio ai miei piedi. A quel punto andai nel retro bottega e uscii dalla porta di servizio che dava sul vicolo. Il freddo mi avvolse, cominciai a correre in quel dedalo di stradine stranamente sconosciute. Inciampai un paio di volte in sacchi d’immondizia abbandonati ad un tratto mi accorsi che era calata la nebbia e uno strano torpore mi avvolgeva. Mi sedetti un attimo per riprendere i sensi. Avevo la vista annebbiata e la mente vuota come se fosse incapace di formulare pensieri. Non saprei dire quanto sono stato seduto. In un lampo il mio cervello si schiarì e di fronte a me, ritornando dai recessi della mente, si visualizzò nitida l’immagine dell’orrore che avevo commesso quella notte. Mi appoggiai al tronco di un albero e vomitai, presi della neve e mi pulii il viso. Gettai a terra la neve ormai rosa per il sangue che lordava ancora le mie mani. Le informazioni mi arrivavano un bit alla volta, toccai le tasche per cercare qualcosa. Dovevo cercare qualcosa, poi senti un fruscio sulla destra ma non volevo aspettare di vedere chi o cosa fosse, girai su me stesso e vidi una cosa che se possibile mi turbò ancora di più; davanti a me sulla collina si ergeva un massiccio castello addobbato a festa. Mi voltai di nuovo e con una sgradevole sensazione cominciai a correre, superando gli alberi della foresta, verso una bassa foschia che stava nascendo. Lasciando alle mie spalle il vecchio maniero. Qualcosa d’invisibile mi fermò e sbattei forte la testa contro qualcosa che mi era impossibile da superare; allora realizzai cosa voleva dire il vecchio con “ci sono magie che vanno oltre”. Oltre il terrore, oltre l’umana comprensione, oltre il raziocinio, il mio cuore perse un paio colpi quando mi resi conto che ero in trappola. Urlai con tutto il fiato che avevo, cominciai a tirare calci e pugni contro il vetro ma mi trovavo dentro alla palla natalizia e nessuno poteva sentirmi.



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