Rosso Natale – Salvatore Di Sante




Lentamente mise a fuoco le cime innevate, nemmeno tanto piccole, là sotto. Greta si stiracchiò, sfiorando la guancia del cinquantenne che le ronfava accanto. Lo osservò di sfuggita: giacca e cravatta, pizzetto e capelli rasati; una valigetta ammanettata al polso destro spuntava da sotto il sedile. Un uomo d’affari, o magari un agente segreto con informazioni top-secret.
Sorrise, si tolse le cuffie e continuò a guardare fuori dal finestrino.
Appena scesa avrebbe telefonato ai nonni.
Il vecchio John consumava beato la colazione, sorseggiando caffellatte e sbocconcellando una grossa fetta di pane con burro e marmellata di more. La stufa a legna diffondeva un lieve tepore, sul gas dell’acqua bolliva in un pentolino.
“Buongiorno!”, esclamò la moglie scendendo adagio le scale in pietra e aggrappandosi saldamente al corrimano in mogano. “Ah… mi hai messo su l’acqua per il te…”, sorrise, “Sono le nove, tra poco Greta dovrebbe atterrare”
“Uhm…”, bofonchiò John appoggiando la tazza di coccio, “Già. Chissà come le sarà venuto in mente di venire fin quassù…”
“Eddai, per una volta che viene a trovarci, non brontolare sempre… non la vediamo da quando era bambina… devi esserne contento!”, lo riprese Lisa bonariamente.
“Ma sì, scherzavo…”, disse John alzandosi e sgranchendosi le gambe, “Anzi… vado giusto a prendere l’albero di Natale per la mia nipotina preferita…”
Il telefono li interruppe.
“Ciao nonna, sono atterrata. Tra mezz’ora prendo l’autobus, dovrei arrivare per mezzogiorno”
“Hai fatto un buon volo? Qui fa freddo eh, sentito? Non come a Roma… ti sei coperta?”, chiese Lisa.
“Sì sì, il volo è andato bene, ho dormito tutto il tempo. Da me c’erano venti gradi, non sembrava per niente Natale… sono proprio contenta di rivedervi! Allora a dopo…”, esclamò con voce squillante.
“Ti preparo lo spezzatino di cervo!”, urlò John infilandosi la giacca a vento e raccogliendo un mazzo di chiavi sul mobiletto all’ingresso.
“Che buono, grazie nonno! Ci vediamo fra poco!”, gioì Greta.
John aprì a fatica lo spesso portone, la neve arrivava quasi a metà. L’insegna in ferro col nome era caduta sui gradini, probabilmente a causa della bufera notturna.
Dalla finestra Lisa seguì il vecchio furgone sgangherato che arrancava per la collinetta verso il boschetto di abeti.
Con la coda dell’occhio scorse il vicino uscire di casa senza richiudere la porta e accovacciarsi in giardino. Continuò a fissarlo, ma quello non si muoveva. Poco dopo apparve la moglie, ancora in vestaglia, e gli gridò qualcosa.
Lisa osservava nascosta dietro le tendine, incerta sul da farsi.
D’un tratto l’uomo balzò in piedi come una furia e si precipitò in casa. Dopo essersi guardata attorno, la moglie sparì dietro di lui richiudendo la porta.
Lisa alzò la cornetta e compose il numero con apprensione.
“Pronto…”, sussurrò una voce rotta dai singhiozzi.
“Ellen, sono Lisa, che succede, va tutto bene?”
“Lisa… non so… Peter è strano stamattina… non so… ci hai visto prima, in giardino?”
“Si. Per quello ti ho chiamato.”
“Maledeeettoooo il Natale!”, Lisa sentì gridare all’altro capo. Poi urla confuse, cose trascinate e rotte e pianti di bambini. La comunicazione si interruppe.
Il vento fischiava tra le assi della baita e sferzava le finestre di nevischio e pioggia.
Le due case erano sinistramente isolate. Per miglia e miglia solo una soffice coltre bianca, più spessa di minuto in minuto. Lisa gettò un’occhiata al cucù sulla parete: John ancora non tornava e lei era molto agitata.
Il telefono la fece trasalire.
“Sono Ellen…”, la vicina parlava in tono sommesso ma calmo. “Scusa per prima… che figura! Chissà che avrai pensato…”
“State bene? Cosa era successo? Ho sentito un po’ di trambusto al telefono…”, disse Lisa premendosi il ricevitore sull’orecchio.
“E’ passata adesso”, rispose Ellen, “non è successo nulla, stiamo bene”
Dall’apparecchio non giungevano rumori sospetti.
Lisa non diceva nulla, come aspettando conferma dall’amica.
“Va tutto bene…”, ripeté Ellen a voce più alta, “non preoccuparti. Peter è solo un po’ stanco. Grazie, grazie per l’interessamento…”
“D’accordo, allora ciao”, pronunciò Lisa con un filo di voce. “Ah… ehm… Buon Natale a tutti!”, aggiunse poi un po’ in imbarazzo.
“Sì… Grazie.”. Un attimo di silenzio. “Buon Natale anche a te e John”, e mise giù.
Imbacuccata nel cappotto nero, in piedi in mezzo al nulla innevato, Greta scrutava ora una casa ora l’altra. Dopo tanti anni non ricordava più quale fosse.
Si aspettava che i nonni uscissero ad accoglierla. Pescò dalla tasca il cellulare e chiamò. Squillava a vuoto. Lisa era riversa sul divano, la coperta di lana sulle gambe, tramortita dalle esalazioni di monossido di carbonio.
Decise di suonare all’altra casa.
Intanto una fila di auto col lampeggiante blu saliva per la collinetta dove si era diretto suo nonno poche ore prima.
Suonò la seconda volta. La porta si aprì di scatto. Un energumeno con la faccia imbrattata di sangue la afferrò per le spalle e la scaraventò dentro casa. Indossava un berretto verde calato fin sugli occhi e brandiva una scure.
Stesa sul pavimento, Greta aveva davanti a sé un albero di Natale con tre teste appese: una donna, un ragazzino e una ragazzina. Bionde, grondanti sangue e filamenti d’interiora.
Avrebbe gridato ma Peter le fracassò il cranio con un colpo d’ascia che frantumò anche il parquet.
La pozza di sangue, allargandosi placidamente, lambiva i luccicanti pacchi regalo.
Peter ansimava con gli occhi fuori dalle orbite, sussurrando ogni tanto: “Buon Natale!”.


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