Recensioni – “Un’estate fa” di Stefano Tummolini




“Un’estate fa” di Stefano Tummolini (Fazi Editore) è il thriller recensito oggi da LetteraturaHorror.it. Clicca qui e leggi trama e note sull’autore
Una misteriosa sparizione. Punti di vista differenti e discordanti. Verità nascoste. È ciò che, in una cornice narrativa inusuale, Stefano Tummolini ci racconta in Un’estate fa.
Una storia che si muove tra l’esistenzialismo de L’avventura di Michelangelo Antonioni, in cui gli eventi sospesi in un vuoto esistenziale si dipanano proprio a partire dalla simbolica quanto misteriosa sparizione di una donna, e la tessitura di intrecci del Rashomon di Akira Kurosawa, tratto a sua volta dal racconto di Akutagawa, carico di una forte impronta nichilista.

La stessa pessimistica visione sul mondo è resa magistralmente in questo racconto, grazie ad una narrazione che si affida semplicemente ai documenti giudiziari sul caso. Un susseguirsi di interrogatori, relazioni, articoli di giornale e confessioni che generano a loro volta un’ulteriore sparizione, quella del narratore onnisciente, fino a rendere ancor più indecifrabile la realtà degli eventi.
Scompare così il narratore, la figura cardine del romanzo classico, e la realtà è rintracciabile solo attraverso quei dati empirici: documenti, trascrizioni di voci disincarnate che diventano testimonianze, private del loro statuto rappresentativo proprio del romanzo.
Perché Un’estate fa è soprattutto il riflesso della società contemporanea, popolata da avvoltoi, pronti a sacrificare il più debole e genuino, a riscattare il loro benessere con un atto disumano nei confronti dell’unica persona onesta, vera, del gruppo. Su questa linea, il racconto potrebbe infatti intendersi come la metafora nichilista della totale imperscrutabilità del reale; la vera e propria uccisione, occultamento, della verità. Un assassinio che si palesa nella frammentarietà, nella discordanza e inconciliabilità dei punti di vista.
Un corpo scompare in questo racconto, come scompare il corpo del racconto stesso, e così come scompare la sostanza delle esistenze dei personaggi.
Poetico, a tal proposito, è l’allusivo ricorso alla crisalide associata a Guido Costa (quella presenza/assenza attorno a cui gravita l’intera vicenda): un involucro inviolabile in cui si attua una mutazione, l’inaccessibile spazio transitorio e multiforme tra bruco e farfalla, così come Guido verrà descritto e così come sembra impantanarsi l’inchiesta, tra verità e menzogne, bene e male, ricco e povero.
Un’idea geniale per un racconto coinvolgente ed estremamente attuale. Da cinque stelle!



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