Per favore non rompete le palline – Marco Bertoli




Addobbare l’albero di Natale nella mia famiglia è un rito che risale ai tempi in cui la festa si chiamava in altro modo e i nostri progenitori, paludati in vesti sacerdotali, celebravano sacrifici cruenti in onore di divinità ora perse nell’oblio, tingendo di tiepido rosso altari eretti in luoghi simili a quelli che oggi sono conosciuti come Stonehenge, Göbekli Tepe o Pranu Muttedu.
Almeno questo è quanto mi raccontava nonno Gorthelyk, seduto accanto al mio lettino, narrandomi favole della buona notte che mi accarezzavano con brividi di piacevole paura.
Ad ogni modo, alla cerimonia sono tenuti a partecipare tutti i membri del nucleo familiare, dai più piccoli che hanno appena smesso di gattonare ai più anziani che richiedono il sostegno di qualcuno per reggersi in piedi. Non esiste un ordine prestabilito per disporre le multiformi decorazioni, ciascuno è libero di appenderle dove più gli aggrada, tuttavia bisogna sottostare alla regola fondamentale: non rompere le palline.
Che siano di osso, pietra, terracotta o vetro, aborriamo la plastica e il polistirolo, vanno maneggiate sempre con estrema attenzione. Nel malaugurato caso che una si rompa, il colpevole deve immediatamente recitare una cantilena i cui versi ci sono stati insegnati non appena abbiamo balbettato il nostro primo “mmammmaaa”.
Siamo esagerati? Forse.
Quest’anno abbiamo un ospite. Mia sorella più vecchia, beh lei ha sedici anni, io tredici, ha invitato il suo ragazzo ad assistere alla cerimonia dell’albero. E’ la sua prima vera cotta e i nostri genitori, troppo di buon cuore, non sono riusciti a opporre un rifiuto. Non capisco che caspita ci trovi di tanto affascinante in quel “coso” di nome Ferdinando.
Morgelyn, così si chiama mia sorella, è alta di statura, snella come un giunco, movenze eleganti di un cigno, pelle diafana, capelli biondi come il grano a fine giugno che incorniciano un viso gentile, illuminato da grandi occhi verdi, color del mare da cui trae il suo nome.
Lui, invece, è basso, tozzo, bruno e peloso all’inverosimile, iridi di un’insulsa tinta marrone e, quando si muove, la sua andatura sgraziata rammenta quella degli orchi descritti nelle fiabe. A peggiorare il quadro, emana un odore sgradevole, un tanfo putrido di fogna: credo che non abbia un buon rapporto con il sapone.
Comunque sia, adesso è qui e dobbiamo mostrarci tutti carini e gentili nei suoi confronti. Per quanto mi riguarda, nessun problema, non fosse che un paio di volte l’ho sorpreso a fissarmi con lo sguardo del lupo che valuta la tenerezza dell’agnellino.
Gli altri hanno finito il loro compito e sono usciti dal salone in cui l’abete di quasi tre metri d’altezza riempie un buon terzo. Anche Morgelyn non c’è. E’ andata in cucina a prendere una bibita per il suo “orsetto”: così lei definisce l’abominio villoso che si sta pericolosamente avvicinando al mio fondoschiena.
Piroettando veloce dietro al tavolo di mogano, prendo l’ultima pallina rimasta nella scatola mastodontica e, al diavolo la tradizione, la offro a Ferdinando con il più candido dei miei sorrisi, cinguettando leggiadra: «Vuoi appenderla tu?».
L’orco l’afferra con una mano che somiglia a una zampa ursina: le unghie mangiucchiate e sporche sono corrusche come artigli. Sbuffando, se la porta davanti agli occhi: mi auguro che non voglia assaggiarla.
Dopo un prolungato esame, in realtà neppure venti secondi, commenta con un tono di voce che ricorda il ruggito di un leone asmatico fuso con il latrato di una iena ridens: «Che strano. E’ lucidata a specchio, ma non riesco a vederci riflessa la mia faccia: sembra quella di un altro».
«E’ molto vecchia: sarà un effetto della luce» rispondo io con innocente noncuranza.
Intanto che si accosta all’albero, Ferdinando grugnisce: «Morgelyn mi ha avvisato di stare attento a non rompere nulla».
Scorgo il luccichio della sfida ravvivare le sue iridi insignificanti. Prima che possa intervenire, allarga le dita a salsicciotto e lascia cadere la pallina sul pavimento di marmo, intanto che finge di scusarsi: «Ops! Mi è scivolata».
La sfera colpisce la lustra mattonella grigia e, con uno scricchiolio sinistro, si rompe in due metà esatte. Uno sbuffo di fumo violaceo ne sorte fuori, innalzandosi verso il soffitto della stanza con la velocità di un missile che agogna il cielo. L’urlo di gioia di un carcerato evaso dalla prigione mi rimbomba nei timpani, seguito da un’esclamazione proferita in una lingua ormai polvere da decine di secoli ma chiarissima, almeno per me: «Libero!».
Ferdinando è ammutolito dallo stupore. Mi fissa con uno sguardo attonito che si scioglie in un oceano di puro terrore e poi gorgoglia in una disperata supplica di aiuto quando il suo corpo inizia rapidamente a perdere di consistenza e a rimpicciolirsi, risucchiato all’interno della pallina. Purtroppo, non conosce la formula protettiva e io, anche volessi, non posso recitarla al suo posto.
Il tempo di un respiro ed è tutto finito. Con un debole “click” le due semisfere si rifondono insieme, suggellando la vittima all’interno.
Sto appendendo a un ramo la pallina quando Morgelyn ritorna. I suoi occhioni indagatori dapprima abbracciano le sneakers e il mucchietto puzzolente di vestiti abbandonati sul pavimento quindi trafiggono la sottoscritta.
Mi rannicchio, pronta a subire la sua ira che so, per esperienza diretta, essere terribile quanto quella di una tigre ferita, tuttavia mia sorella mi sorprende, limitandosi a scrollare le spalle: «Forse è meglio così. Ho notato come ti guardava, sorellina». Un sorriso malizioso le incurva le labbra scarlatte nel soggiungere: «Sapessi che sapore di aglio rancido aveva il suo alito».
Rido felice: l’ha presa bene. Da parte mia sono davvero contenta d’aver contribuito alla lotta contro l’inquinamento atmosferico, sigillando un po’ del tanfo che ammorba il nostro mondo per almeno un migliaio di anni.


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