Paura e delirio a Natale – Camilla Bottin




S’apriva una porta, lo spiraglio d’aria che ne usciva recava con sé folate gelide. Neve! Un ragazzo impaurito, ombrello alla mano e bavero alzato, chiedeva permesso. Il teatro pareva abbandonato, non una luce lasciava che la polvere si sollevasse sotto occhi indiscreti. Il giovane giornalista tirò fuori dalla sacca che aveva a lato l’ultimo gioiello della tecnica, un iPad, scorrendo con il dito l’agenda. “Strano, lo spettacolo natalizio era previsto per stasera.” Sospirò, abbandonandosi a una delle poltroncine all’ingresso. E adesso? Era la sua prima occasione, il suo primo articolo. Tutto sfumato, chissà se l’avevano spostato in un altro posto o l’avevano semplicemente rimandato causa maltempo. In un angolo due occhietti maliziosi presero a guardarlo e prima di scomparire una risata echeggiò nel salone vuoto. “Venga, venga, abbiamo riservato il teatro solo a Lei! Cosa aspetta, vada a fare il biglietto!”
Il ragazzo non riusciva a capire chi avesse parlato, ma fiducioso si avvicinò alla cassa. Non c’era nessuno, ma sul banco c’era una busta chiusa con stampate a caratteri cubitali le lettere del suo nome. Che rosso vivido avevano usato per tracciare quelle due parole, pareva sangue! Era ancora fresco, si trovò ad avere le mani macchiate. “Uff, questi pennarelli indelebili” pensava “non va più via” e si sfregava con forza. Era intento in questo atto di pulizia quando le porte che davano sulla platea si aprirono di scatto: due uomini dal pizzetto pronunciato e dalle orbite spente ne vennero fuori, vestiti di nero. A loro il giornalista si avvicinò, ma ricevette solo un cenno, gli venne indicata la direzione. Si accomodò in prima fila, che strano effetto essere l’unico ospite di un teatro così vasto! Ci era già venuto una volta, ricordava il soffitto chiaro, dai numerosi putti sorridenti: alzando la testa, non si ritrovò più, davanti agli occhi era dipinta una scena infernale, altro che deliziosi angioletti! “Ah, la nuova moda rock ha contagiato pure l’intonaco!”
Babbo Natale passava tra le file, suonando un campanaccio dal suono orribile: “Bambini, fate una foto con me” e ogni tanto si bloccava, sorrideva a un obiettivo immaginario e proseguiva per le file, lanciando a terra poche caramelle gommose tratte dal sacco. Arrivato in prossimità della prima fila, con uno strattone prese in braccio il ragazzo e gli diede due schiaffi: “Tu sei stato un bambino cattivo.” Il giornalista, preso in contropiede, non riusciva più a divincolarsi dalla morsa di acciaio e non faceva altro che giustificarsi, cercando di capire se faceva parte della messinscena o se era un folle vero e proprio. La punizione era una di quelle esemplari: una cornata. Il ragazzo, sempre più spaventato, capì finalmente a cosa alludeva quando, preso e trascinato sul palco da una miriade di minuscoli esseri verdi dal naso a punta, vide avvicinarsi una sagoma, un cervo.
Era un ariete, di quelli usati per arpionare le porte dei bastioni medievali, ma l’eccezione stava nella forma: una renna, con le corna, tiranneggiava la struttura e il materiale non sembrava cartapesta, bensì metallo tagliente. Il giornalista, a vedere il luccichio, per poco non svenne, gli esseri spingevano la sagoma sempre più vicino al suo sedere, pronti a fendere e squarciare le carni.
“Fermatevi: questo ragazzo deve fare un viaggio con me” a parlare era stata una vecchia dai tratti ripugnanti, con un filo di bava che le scendeva dalla bocca. Il ragazzo sembrò sollevato, cosa mai poteva fargli una vecchietta? Eppure la scopa, sua immancabile compagna, rispose all’appello della proprietaria con un sibilo e condusse il malcapitato fuori dal teatro, a cielo aperto. Nevicava e il freddo penetrava nelle ossa, la bocca non riusciva ad articolare un solo suono.
Cadde nel vuoto e prima di sfracellarsi riuscì ad aggrapparsi al gigantesco albero di Natale che troneggiava nella piazza maggiore del paese: le palline cadevano una dietro l’altra dopo di lui, lasciando pezzi di vetro acuminati a terra. Il giornalista, appeso con una mano a una ghirlanda luminosa, cercava di issarsi alla meglio, evitando il funesto contatto con il vetro sotto, ma una scossa elettrica gli fece perdere l’equilibrio. Un bambino, presente alla scena, cercava di indovinare il contenuto dei regali ma non si spaventò, né urlò quando vide il cadavere straziato dalle lame di vetro: “Questo sì che è un Natale Horror, grazie Babbo Natale!”
E fece un grande sorriso alla figura che aveva una slitta proprio sopra il cornicione del teatro, ricevendo un pollice alzato in risposta.
L’anno che veniva prometteva torture nuove. 


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