Neve – Andrea Francioli




Il vento le gridava contro mentre ripercorreva la strada verso casa. Era un bene. Si sentiva così stupida. Non sapeva cosa le prendeva negli ultimi tempi. Sua madre faceva il doppio turno per permettere a lei e a suo fratello di passare un Natale decente e l’unico apprezzamento che le aveva concesso era un “Non rompere” prima di sbattere la porta della sua stanza la sera prima. Accelerò il passo.
Poteva vedere il tetto di casa sua fare capolino fra gli alberi spogli, i rami secchi, con le loro braccia scheletriche protese verso il cielo. La macchina di mamma era nel vialetto.
Accelerò ancora di più.
Sua madre non doveva accorgersi che era uscita da casa lasciando suo fratello da solo. Poteva già sentire nelle orecchie tutti gli insulti che le avrebbe gridato contro.
«Sei un’incosciente!»
«Pensi solo a te stessa».
«Vorrei non averti mai avuto!»
Vorrei non averti mai avuto. Quella faceva male. Era l’offesa che più le rimaneva incastrata sotto la pelle, un pensiero fisso. Si rendeva conto che erano parole vuote, dette con la rabbia e la stanchezza addosso ma non poteva fare a meno di starci male. Decise che sarebbe salita dal muretto vicino alla finestra della sua camera. Avrebbe finto di essere rimasta in casa e poi, con calma, le avrebbe spiegato tutto. Non si sarebbe arrabbiata, non dopo averlo visto. Salì lentamente sui mattoni rotti e aprendo la finestra si infilò dentro la sua camera. Era tutto buio. Si tolse il cappello e la sciarpa, si sfilò i guanti e rovistò nella tasca del giaccone. Tirò fuori un pezzo di carta leggermente rovinato in un angolo, appoggiandolo sulla sua scrivania con un sorrisetto.
Le sarebbe piaciuto, lo sapeva.
Chiuse la finestra. La neve aveva preso a scendere dal cielo nero così candida, così pulita.
L’aveva sempre odiata.
Lei non era come gli altri, non trovava bello il cielo così scuro, lo trovava inquietante. La notte per lei era il momento in cui tutto il male del mondo sorride, quando uscire è pericoloso, quando un estraneo che ti segue in un vicolo diventa qualcosa di più, ogni rumore più minaccioso. Durante la notte il male sorride.
E adesso, con tutta la neve che vorticava fuori, ogni fiocco bianco era come un dente.
Un brivido le attraversò la schiena.
Si voltò per accendere la luce quando qualcosa attirò la sua attenzione.
La porta di camera sua era chiusa quando era uscita e nessuno provava mai a entrarci quando lei non c’era. Era una sciocchezza, lo sapeva, ma quel pensiero le turbinò dentro in un modo che non sapeva spiegarsi.
Si avvicinò. La poca luce che filtrava dalla finestra le fece notare che la porta era socchiusa. Cercò di scacciare la paura con pensieri più razionali. Sarebbe dovuta andare a controllare suo fratello. Forse la mamma era tornata prima per lui. Forse aveva fatto male a uscire mentre stava male.
Ma lui stava sempre male, soprattutto negli ultimi tempi.
Riportò l’attenzione sulla porta avvicinandosi ancora di più. Riusciva a sentire qualcosa.
Qualcuno stava parlando. Poi un rumore sordo. Un altro, un altro ancora.
Probabilmente la televisione al piano di sotto era accesa.
Aprì la porta e si diresse verso le scale, al buio. Riusciva a vedere la luce della televisione avvolgere il salotto. Si tranquillizzò in tempo per appoggiare il piede sul primo scalino ma non ne scese altri.
Non era la televisione a fare rumore.
Suo fratello era in mezzo alla stanza, ancora in pigiama. La voce che sentiva era la sua. Fece per chiamarlo quando si accorse di quello che aveva in mano.
La vecchia accetta di papà.
Il rumore sordo.
Si portò la mano alla bocca mentre le lacrime iniziarono a incresparle gli occhi. Inciampò cercando di tornare verso camera sua. Suo fratello si voltò verso di lei, un movimento a scatti, come fosse in preda alle convulsioni. Aveva gli occhi completamente bianchi e la fissava sorridendo, del tutto indifferente al sangue che gli colava dal pigiama. Aprì la bocca e rise. Una risata marcia, piena, inumana, si diffuse nella stanza avvelenando l’aria. Smise di colpo.
Spostò il collo verso destra e verso sinistra.
«Tu non sai» le disse « Tu non sai.»
Voleva scappare ma non ci riusciva.
«Tu non sai quello che succede. Noi stiamo preparando qualcosa di meraviglioso. Non sono solo. Non sono solo. La mamma diceva sempre che dovevo farmi degli amici. Ho pensato di invitarli da noi per festeggiare Natale. Dovrebbero essere qui a momenti.»
«Tu- Tu non sei mio fratello. Non hai la voce di mio fratello!»
Il sorriso sparì dal volto del ragazzino. «Io sono qui, adesso. C’è tuo fratello da qualche parte ma non me ne preoccuperei. Sta piangendo. Come te. Chiama la mamma.»
Il sorriso gli ritornò sul volto. «Adesso sta chiamando te. Vediamo se posso riunire la famiglia».
Iniziò a camminare verso di lei.
Trascinava l’accetta come un peso morto, lasciando impronte di sangue su tutto il pavimento.
Avrebbe voluto gridare.
Il campanello suonò. Il corpo di suo fratello si voltò di scatto. «Sono arrivati!»
Riprese coraggio. Non aspettò di vedere quanti fossero. Si lanciò verso la porta della sua stanza. Poteva sentire quegli esseri ridere al piano di sotto. Sbarrò la porta della camera con un mobile e corse verso la finestra.
Sentiva i passi dietro di lei sulle scale. Un coro di voci era a una porta da lei, riunite in un canto di Natale distorto, una preghiera a demoni sconosciuti. La neve l’aveva in parte bloccata ma riuscì comunque ad aprire mezza finestra. Era già con le braccia fuori quando sentì l’accetta abbattersi sulla porta. Il freddo le sfiorava violentemente il volto. Sentiva le risate dietro di lei mentre l’afferravano per una gamba, graffiandola e trascinandola di nuovo dentro. Cercò di divincolarsi ma fu tutto inutile. Urlava e piangeva. La sua mano sparì in mezzo all’oscurità della porta e poi giù per le scale.
Da fuori la luce entrava nella stanza, colpendo un pezzo di carta sul pavimento, un angolo rovinato.
Si riusciva a leggere bene la scritta “Buon Natale mamma.”


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