Nettare Rosso – Michela Tognotti




«Questo è il mio grande amico d’infanzia. E’ come un fratello per me.»
Giampiero aveva fatto le presentazioni. Daria, la sua compagna da qualche settimana, strinse la mano di Carlo, molliccia e provvista di unghie lunghe e sporche. A guardarlo era un po’ tutto trasandato. Niente a che vedere con l’abitazione mozzafiato di cui era proprietario: Carlo, contrariamente all’amico fraterno, bello e affascinante, era calvo, piccolo e sovrappeso. Pallidissimo e sudato, nonostante il freddo della campagna senese alle dieci di mattina del 23 dicembre.
Si fece avanti una donna che invitò Daria a seguirla, facendole un cenno. Giampiero rimase con l’amico nel salone al pianoterra dove, accanto al caminetto, troneggiava l’albero di Natale più grande che Daria avesse mai visto. La giovane donna, in silenzio, la fece accomodare nella camera a lei destinata, nella quale era stato allestito un ricco buffet, al primo dei due piani.
La donna fece una specie di riverenza e se ne andò.
Nel raggiungere la sua stanza, Daria aveva potuto apprezzare le decorazioni natalizie, di ottimo gusto, disseminate nei punti strategici dell’edificio. Se non fosse stato per il pavimento di cotto, il colore tipico dei casali toscani, poteva sembrare di essere in un’ambientazione inglese, per il calore che quei sapienti addobbi emanavano. In ogni ambiente vi era la diffusione costante di melodie tipiche del Natale. Le sembrava di essere in una di quelle splendide cartoline natalizie, che ormai non si usavano più.
Si guardò intorno. La colazione era abbondante, ma c’era solo un coperto. Un unico cuscino, sul letto alla francese. Gli asciugamani puliti erano per una sola persona. Un accappatoio, un paio di pantofole da doccia. Chissà dove avrebbe dormito Giampiero, allora.
Si accorse di avere fame. Nel buffet allestito, solo cibo salato, neanche una brioche o un biscotto. Si decise a mangiare del prosciutto crudo. Cercò di mandare un messaggio all’amica Elisabetta, a lavoro in quel momento, ma senza successo. Sembrava che non ci fosse linea, in quella parte di campagna nel cuore della provincia senese .
Sul comodino si trovavano una brocca di vetro piena d’acqua e un bicchiere. Lo riempì e bevve fino in fondo: il prosciutto le aveva messo sete. Poi si distese sul letto.
Poteva osservare il soffitto, attraversato dalle tipiche travi in legno. Si stava rilassando, quando qualcosa attirò la sua attenzione, tra le note delle canzoni natalizie.
Plink.
Rimase ferma e tese le orecchie, in ascolto.
Plink.
Acqua che gocciola, senza dubbio. La porta del bagno era chiusa, non poteva essere quella la fonte del rumore.
Plink.
Aspettò, ancora sdraiata, con gli occhi aperti e le orecchie ancor più tese.
Plink.
Contò una quindicina di secondi di distanza l’una dall’altra.
“Non sarà vero che in questa casa da fiaba piova dal tetto!” pensò. Ma fuori c’era il sole e sopra alla sua testa c’era un altro piano, lo aveva notato nel salire le scale.
Plink.
Forse una perdita, magari da un bagno, se c’era. Provò a chiamare con il citofono interno per avvertire qualcuno della casa, perché non le sarebbe piaciuto ritrovarsi con l’acqua ai piedi l’indomani mattina. Nessuno le rispose.
Le cadde l’occhio sul bicchiere che aveva lasciato vuoto, o almeno così ricordava, sul comodino. Ora c’era circa un centimetro di acqua. Mentre lo fissava sentì di nuovo il rumore dell’acqua che cadeva. Contemporaneamente scorse, nel poco liquido, il cerchio allargarsi come se la gocciola avesse centrato il bersaglio, scendendo dall’alto, senza peraltro riuscire a vederla. Istintivamente alzò lo sguardo verso il soffitto per capire se ci fosse un ristagno di acqua. Niente, tutto asciutto. Eppure gocce invisibili continuavano a cadere, sempre più fitte.
Plink. Plink. Plink.
Spostò il bicchiere, dal comodino al tavolo del buffet. Continuava a vedere il movimento dell’acqua all’interno, ma non la goccia, anche appoggiandolo in punti diversi della stanza.
Stava cominciando a sentire caldo, Daria, un gran caldo. Di colpo la temperatura nella camera era salita. Un’arsura tremenda le infiammava la gola. Doveva bere di nuovo, ma l’acqua nella brocca era sparita.
“Non è possibile, era piena fino a poco fa, quando ho bevuto!” Non ci pensò due volte e, presa da una sete insopportabile, cominciò a bere il liquido nel bicchiere che ora era pieno oltre la metà. Era salata! Acqua di mare! Sentì il rigurgito salirle per l’esofago, dallo stomaco. Corse in bagno e si liberò appena in tempo sopra il water. Con la speranza di bere dal rubinetto, li aprì tutti, ma non una goccia uscì da quelle tubature.
Plink. Plink. Plink.
Solo il rumore persisteva. E intanto il caldo aumentava. Si tolse il maglione e i jeans. Era sudata e appiccicosa. Aria, aveva bisogno di aria e di acqua. Andò alla finestra per aprirla, ma non le riuscì. Neanche la porta. Era tutto chiuso e sigillato. Cominciò a battere i pugni sulla porta d’ingresso, e a urlare.
«Giampiero! Carlo! Qualcuno mi aiuti, ci deve essere un guasto negli impianti di questa camera! Per favore, aiutatemi!» Solo silenzio, al di là della porta. Il solito ‘plink’ e la musica natalizia di sottofondo.
Le sembrava di essere nel deserto, con il sole a picco, nella bocca un orribile sapore di rancido e neanche una reale goccia d’acqua. Ma era Natale.
«Quanto credi che ci vorrà prima che sia tutto finito, Carlo?» disse Giampiero, sprofondato nella poltrona di pelle, con il sigaro nella destra e un bicchiere di Porto nella sinistra.
«Dipende dalla sua resistenza – rispose Carlo – è una donna che non ha problemi fisici. Più è lunga la sua agonia e meglio sarà per noi. Se muore subito, a esempio per un infarto, il suo sangue non sarà abbastanza concentrato. Se muore lentamente, disidratandosi, ne verrà fuori una bevanda squisita. Sarà una delizia, anche per quest’anno, dissetarsi con quel nettare rosso. Inutile dire, Giampiero, sei il migliore tra tutti noi, a procurare materiale ottimo per le nostre cene di Natale…»


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