Magica Notte – Davide Giannicolo




Era una notte gelida, multicolori luci intermittenti sporcavano la tenebra, volteggiava nell’aria un fatato sentore, strisciante sulla pelle riscaldata da pesanti abiti in lana e feltro, avvolgendo le genti, infondendo lirica malinconia.
Un uomo camminava nella notte, di ritorno da un cupo vagare lungo le strade deserte della vigilia di Natale, udiva la voce delle cose, inquietanti le luci parlavano sussurrando al silenzio, gli alberi adorni di colorati gingilli si scorgevano nitidi attraverso i vetri diafani delle case avvolte da un calore morente.
Un ignota fragranza giungeva ai sensi dell’uomo, un qualcosa di evanescente che come fumo scivola via nell’oblio dello spirito.
Anche lui tornava alla sua casa, non sapeva se avrebbe preferito il calore, le luci, o se a lui forse si addiceva qualcosa di più simile a una tana, in simbiosi con la natura, una caverna, un albero cavo nel cuore innevato di una foresta di pini.
Ma lo avrebbe investito ugualmente la perversa, artificiosa malia di quella magia? O semplicemente, voleva così tanto stare lontano dall’artificiosa notte colma di luci?
Ma il volteggiare dei suoi pensieri si posò come una civetta su un ramo innevato, dovette entrare in casa, era arrivato, inutile invocare la fantasia, a sua disposizione vi era forse solo il finto calore, le luci.
Il palazzo era ornato pateticamente da minuscolo abete abbellito con cianfrusaglie pacchiane.
Salì le scale, al suo piano vi era il neon rotto, il vento di quella notte gelata fischiava lungo le scale, impazzando selvaggiamente come fosse uno spettro lungo le scale del palazzo che pareva vuoto e silente.
Il Pianerottolo era dunque buio, dal finestrone si scorgevano altre case, altri intermittenti lucori, famiglie raccolte intorno a tavole imbandite, bambini sorridenti, bagliori alcolici in bicchieri tremolanti di vini ambrati.
Udì un grottesco rumore, l’uomo si impuntò, il buio non poteva tentare di suggestionarlo.
Si voltò nella tenebra che ora lasciava distinguere il marmo bianco, un colpo in faccia lo investì in pieno, un pugno robusto, secco, che lo rovesciò all’indietro, era in terra sanguinante mentre la grossa figura avanzava verso di lui, tacchi di scarponi rintoccavano nel vuoto.
L’uomo si alzò in fretta lanciandosi in avanti, verso un grosso ventre che pareva attenderlo, colpì più e più volte, con immane potenza, l’aggressore tossì, era buio, nel silente pianerottolo si udivano i loro affanni, ringhi di lotta nella notte di natale.
Robuste mani si infrangevano contro robuste teste, l’aggressore mostrava attimi di cedimento e il nostro uomo infieriva in maniera selvaggia, mosso da una smania folle.
L’aggressore natalizio si ritrovò a sbattere nel muro emanando un secco tonfo, poi riuscì a strisciare via affannando.
Lui attese nella tenebra, ansimante, l’adrenalina era calata, cominciava a sentire il dolore delle ferite, le labbra gonfie, il sapore del sangue, poi, senza essere né udito né intravisto un nuovo colpo investì il suo mento scoperto, cadde nuovamente in terra, era stordito, non si sarebbe rialzato, qualcosa cadde sul suo petto, qualcosa di leggero che prima di atterrare era fluttuato soavemente nell’aria, niveo come una notturna falena.
Vide l’aggressore uscire dal grosso finestrone, la vista era annebbiata dai colpi ma la figura fu schiarita grazie alle luci della strada, era grosso, poco più basso di lui, ma più largo, più solido, più antico, il suo odore era simile a quello che percepiva in quella notte invernale, una fragranza ancestrale che sapeva di quercia e chiodi di garofano.
Quando capì di essere nuovamente solo raccolse l’oggetto che l’altro aveva lasciato, era una lettera.
 Quando entrò in casa accese la luce, lesse il biglietto tinto da gocce di sangue:
 
SEI STATO CATTIVO?
NON DIREI, E’ CHE QUELLO CHE PIU’ TI RENDE VIVO E FELICE E’ LA LOTTA.
BUON NATALE
 
C’erano scritte solo queste poche righe, egli sorrise, spalancò la finestra ispirando l’aria gelida, la notte gli parlò ancora col suo arcano, magico linguaggio, poi guardò le luci che anche in casa sua imperavano, un suono di campanelle si udì nella notte, ma fu per un attimo, uno soltanto, poi svanì tra le ombre.
“L’anno prossimo ti spaccherò il culo vecchio!”


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