L’ultima casa – Patrizia Benetti




Il povero Barnaba, impersonava Babbo Natale da ormai vent’anni, nella grande Val Dubbiosa. Il giocoso omone non avrebbe mai rinunciato a quel ruolo che era suo di diritto. A troncare la sua opera umanitaria ci pensò il destino. Già. Un destino avverso si portò via il vecchio durante una tempesta di neve. Il suo corpo non fu mai ritrovato, ma quella orribile tempesta se l’era sicuramente inghiottito, l’aveva ghermito con le sue gelide mani.
Il nuovo Natale era alle porte e il buon Beniamino, un robusto taglialegna, si offrì di prendere il posto di Barnaba.
Fu così che la sera della vigilia, l’uomo indossò il costume rosso del suo predecessore, si celò dietro una lunga barba bianca e, con un enorme sacco sulle spalle, bussò ad ogni porta di Val Dubbiosa.
I bambini correvano festanti ad accogliere il vecchio panciuto che dispensava doni e sorrisi.
“Avete fatto i bravi, piccoletti?”, diceva col suo vocione il novello Babbo Natale.
Loro annuivano e sghignazzavano divertiti.
“Siete proprio sicuri?”, ripeteva serio e impettito.
I ragazzini continuavano ad annuire e a ridere a più non posso.
“Siete muti, per caso? Voglio sentire le vostre voci!”.
“Sììì!”, urlavano tutti in coro i bambinetti con le guance arrossate dall’emozione. La recita era sempre quella. Beniamino seguiva fedelmente il copione dell’amato Barnaba.
Tutto filava a gonfie vele. Erano soddisfatti sia i grandi che i piccini.
Ma quanto era vasta Val Dubbiosa? Il robusto taglialegna era solo a metà percorso e già ansava per la fatica. Come aveva fatto in tutti quegli anni, il suo predecessore, a reggere quei ritmi? Oh certo! Barnaba era stato un’instancabile camminatore e anche un agile scalatore.
La gente, immensamente grata a Beniamino, lo aiutò nel suo arduo percorso, facendolo riposare e coccolandolo con dolci deliziosi e bevande bollenti.
Così Babbo Natale proseguì sollevato, immerso nella magia di quel paesaggio da fiaba. Le case e i loro alberi luccicavano sul morbido manto nevoso e risplendevano nel cielo fatto di inchiostro e pece. I bimbi, coi nasi appiccicati alle finestre, aspettavano con ansia l’arrivo dell’omone vestito di rosso, col sacco colmo di balocchi.
La sua fatica era ricompensata da quegli occhi sognanti e da quell’infantile entusiasmo. Quei volti gioiosi gli davano la carica per andare avanti.
I ragazzetti più ardimentosi gli facevano strane domande che a volte lo coglievano impreparato. “Dove hai lasciato la slitta? E le renne?”. “Quanti anni hai?”.
Lui allora improvvisava: “Le renne hanno l’influenza”, oppure, “Ho lasciato la slitta dal gommista e sono nato quasi tremila anni fa”. Tutti si divertivano come matti.
Fu davvero una bella esperienza per Beniamino e per i suoi piccoli ammiratori.
Mancava solo una casa. Un ultimo sforzo e poi, senza quel pesante sacco sulle spalle, sarebbe tornato a casa spedito, in tempo per festeggiare il Natale con la sua famiglia.
A proposito dell’ultima abitazione, non si trattava certo di una delle tante casette di legno tipiche della zona, ma di una vera e propria villa immersa nel verde. Ora, in realtà, era avvolta da uno scintillio di luci colorate e di abeti di cristallo. Beniamino bussò alla porta con timore e curiosità. Chi era il padrone di quella misteriosa dimora? Ben presto l’arcano fu sciolto e sulla soglia apparve un vecchio solitario, che indossava una morbida vestaglia bordeaux. Era alto, di una magrezza impressionante, con un volto rugoso e folte sopracciglia bianche. Stringeva una lunga e sottile sigaretta tra le dita ingiallite.
Beniamino rimase lì impalato, ma lo sconosciuto fu ospitale: “Entrate. Vi offro un bicchiere di vin brulè”, gli disse sorridendo.
“A quello non si può certo dire di no!”, esclamò L’infreddolito taglialegna.
Così Beniamino si ritrovò, all’improvviso, in un immenso salone dai lucidi pavimenti di marmo bianco e avvolto dalle decorazioni più belle che avesse mai visto in tutta la sua vita.
Rimase a bocca aperta per lo stupore, ad ammirare il presepe meccanico, un vero e proprio capolavoro, e il gigantesco albero impreziosito da luci intermittenti e da tanti fili dorati.
“Vi piace?”, chiese soddisfatto il vecchio.
“Io… io non ho parole!”, rispose il novello Babbo Natale.
“Già! Ma nulla avviene per caso. Ci vuole passione e io sono un esperto, un vero collezionista!”, esclamò fiero il padrone di casa. I suoi piccoli occhi neri come carbone brillarono per l’emozione.
Poi, dopo aver gustato insieme al suo ospite, un bicchiere di vino caldo, gli mostrò gli oggetti natalizi più disparati, che aveva raccolto in tutto il mondo durante i suoi viaggi.
“Che meraviglia”, ripeteva Barnaba con entusiasmo.
Si addentrarono sempre più in quel salone che pareva essere infinito. C’era perfino una renna imbalsamata. Povera creatura. Infine una slitta di legno e lucente acciaio, sulla quale sedeva un finto Babbo Natale.
Il taglialegna si avvicinò al manichino e lo osservò divertito, ma la risata appena accennata gli morì in gola. Quell’essere immobile, con lo sguardo vitreo altri non era che Barnaba.
Che cosa orribile! Un urlo disperato, misto di sorpresa e raccapriccio, uscì dalla sua bocca. Sentì poi le guance arrossarsi e uno strano bruciore invadergli le viscere. La testa gli girava e vedeva tutto sfocato.
Avanzò ancora, scivolò al contatto di un’altra fredda slitta vuota e udì, per l’ultima volta, la stridula voce del vecchio: “Non preoccuparti, Beniamino. C’è posto anche per te in questa grande casa”.


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