Il Grande Vecchio – Damiano Lotto




I fiocchi di neve cadevano lenti, fuori della finestra; vapori bianchi, come alito di spettro, contro la nera notte e le sagome dei tronchi della fitta foresta.
Ani si rigirava inquieta nel suo letto. Era la notte tanto attesa, la notte in cui sarebbe venuto il “Grande Vecchio”, e i doni sarebbero comparsi sotto l’albero luminoso nel grande salotto.
Tutti i bambini lo aspettavano, nonostante alcuni dei ragazzi più grandi, come quel brutto ceffo di Eli, si divertissero un mondo a prenderla in giro “credi ancora a quelle favole insulse! Ti racconterei io che cosa puoi trovare dentro al bosco…!” e rideva con quel suo brutto sorriso.
La risata di Eli l’aveva ferita, solo pochi giorni prima, ed era fredda come l’aria che spirava dall’antica foresta; ma sua sorella si era chinata verso di lei, con il sorriso che rassicura anche senza dire parole, e gli occhi ridenti dietro la nuvola di capelli biondi quasi bianchi, come la neve. “Verrà, anche quest’anno il Grande Vecchio, rosso-vestito, e porterà doni per i bambini del villaggio!” aveva detto.
Il Grande Vecchio, che si diceva abitasse nella foresta, tutto solo, un eremita simile a un orso, vestito però di sontuosi abiti rossi.
Quando lo diceva lei, sentiva che era sincera; eppure dietro gli occhi degli adulti aveva cominciato a leggere qualcosa, man mano che il giorno si avvicinava… e c’era la voce roca di suo padre, ascoltata dietro la porta, quando si cedeva che lei dormisse, che parlava della “malattia”, che anche Dorni, il boscaiolo che abitava ai margini del villaggio, ne era stato colpito, e altre parole ancora più oscure, che le avevano gettato addosso una cappa d’ansia, che l’albero decorato e i festoni allegri tesi nella via principale del paese non riuscivano a dissipare.
Ma ecco, un rumore!
Si gettò rapida sotto le coperte, ma subito capì che c’era qualcosa che non andava. Erano molti passi quelli che aveva sentito, che si affrettavano fuori, ovattati nella neve. Si lanciò alla finestra sbirciando da dietro le tende; luci nel bosco, e sagome nere che si allontanavano.
E una… nenia… portata dai fiocchi di neve… canti di bambini di cui non afferrava le parole.
Allora corse all’armadio, afferrò il pastrano e uscì nel freddo corridoio. Anche se suo padre aveva detto: “non uscire dalla tua stanza, stanotte, per nessun motivo! Oppure il Grande Vecchio non ti porterà doni, ma porterà via te con sé, nel bosco!”. La casa era deserta, quasi sinistra. Dove erano i suoi genitori? E Iselle?
Infilò gli scarponcini e uscì nell’aria gelida ed entrò nel tetro bosco, di cui aveva sempre avuto paura. Vide le luci baluginare nel folto e andò in quella direzione, come posseduta da una volontà non sua.
Ma insieme alla nenia un altro suono arrivava a tratti di mezzo agli alberi… una voce che conosceva bene, un grido…
-Iselle! – gridò, cominciando a correre.
Ma un braccio dal nulla la afferrò… si trovò a fissare il volto di cera di suo padre.
-Papà! Cosa sta succedendo?! Papà!
E il padre rispose: -Ti avevo detto di non uscire, Ani!
Nel bosco cantava la nenia, sempre più isterica.
Disse il padre: -Era necessario, Ani… devi capire… il morbo non si sarebbe fermato… qualcosa di puro… doveva sfamare il Grande Vecchio…
La voce, trasformata, irriconoscibile, giunse ancora: -No… ti prego! Basta… nonno! – piagnucolò Iselle, in modo così vergognoso, così degradante, che il cuore di Ani si fermò.
-Il Grande Vecchio! – esclamò il padre, inesorabile, come se non fosse più umano -E’ solo una leggenda: ma un “Vecchio” abita veramente nel bosco… porta i “doni” ai bambini, per vederli crescere…
-Ma cosa dici, papà? – gridò Ani.
-… per poi sfamarsi di loro!
E allora un gridò inumano, grande come la notte, scoppiò nel bosco.
Ani gridò, cercando di strapparsi dal braccio di quello che non era più suo padre: -Questo non può essere il Grande Vecchio!
Ma ecco il ruggito del vento, si sollevò sopra quel grido, come una tempesta, zittendo di colpo la nenia isterica, agghiacciando tutta la foresta.
Il padre, improvvisamente smorto come un cadavere, mollò la mano di Ani e farfugliò: -No, non è possibile!
I piedi di Ani si mossero da soli, come se navigassero su sogni di nebbia. Sentì le grida ancora prima di vedere le luci disperdersi come lucciole nel vento. Vide la faccia di Eli, terrea, riversa a terra nel sangue. Iselle, nuda e lacerata al centro della radura addobbata di sinistri festoni e… un essere che era un grumo di sogni degenerati, un essere enorme e villoso, che si confrontava con il vero Grande Vecchio. Il Grande Vecchio era una sagoma immensa, rossa, dalla torreggiante testa che pareva coronata di fiamme. Il colosso aveva una barba bianca e folta e gli occhi bruciavano come i torrenti dell’inferno.
Il gigante rosso-vestito colpì con furia incredibile il mostro, che era sfuggente come un verme nel fango, ma i colpi del Grande Vecchio erano come magli della fucina del fabbro. Sangue alieno schizzò da tutti i lati. Il mostruoso satiro si voltò per fuggire, ma il Grande Vecchio gli spaccò in due il cranio da dietro e l’essere crollò a terra con un tonfo sordo.
La neve cadeva lenta, bagliori rossi salivano dalle torce che si andavano spegnendo nella neve. Ani fissava, immota, il suo alito diventare gelido mentre si disperdeva nella notte. Un ruvido ed enorme braccio stese una coperta su di lei, e alzando gli occhi vide il Vecchio incombere su di lei. Portava in braccio il corpo martoriato di Iselle.
“… non riceverai doni, ma ti porterà via con sé…”
Il suono di un flauto si stava spegnendo nel folto della foresta.
Ani si alzò. Doveva seguire il Vecchio, lo sapeva.
Ma cosa le importava?
Anche il fondo più nero del bosco era migliore… di quella consapevolezza. Perché il volto del falso Dio, era del tutto umano… e aveva un naso diritto proprio come il suo!



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