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Recensioni - “Il Varcolac” di Giulia Bezzi

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“Il Varcolac” di Giulia Bezzi (Nulla Die) è il romanzo horror vampiresco recensito oggi da LetteraturaHorror.it.
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Il vampiro, si sa, non è la più trascurata tra le figure fantastiche che adorano il panorama letterario di oggi e di ieri: a partire dal successo de Il Vampiro di John Polidori, e successivamente attraverso le creazioni di autori come Sheridan Le Fanu, Bram Stocker, Richard Matheson, Anne Rice, fino alla rielaborazione più recente di Stephanie Meyer, il mito del non-morto, di colui cioè che deve la sua miracolosa sopravvivenza al sangue sottratto alle sue vittime, è andato crescendo progressivamente, richiamando le attenzioni di un pubblico sempre più vasto e adottando talvolta nuove vesti.

E' indubitabile, infatti, che dalla più comune rappresentazione di mostro spietato e assetato di sangue si siano diramate raffigurazioni peculiari ed altrettanto inaspettate: il vampirismo quasi del tutto psicologico del romanzo di Polidori, quello saffico e sensuale di Carmilla, quello scientificamente motivato de Io sono leggenda, sino al vegetarianismo degli eroi di Twilight, ormai identificati nell'immaginario collettivo come dei moderni principi azzurri che di bestiale hanno ben poco.
Detto ciò, il filone vampiresco potrebbe senz'altro apparire definitivamente esaurito, o almeno incapace di fornire nuovi spunti interpretativi, se a sorprendere nuovamente il lettore non arrivasse l'esordiente Chiara Bezzi, autrice del romanzo Il Varcolac, recente pubblicazione a cura di Edizioni Nulla Die.
La giovane Virginia, ematologa veterinaria e grande amante degli animali, vive un periodo di profondo dolore in seguito alla perdita del figlio che portava in grembo: per recuperare la sua serenità, decide di trasferirsi qualche tempo a Villa Tre Ninfe, dimora superba ma abbandonata, da secoli appartenente alla nobile famiglia genovese dei Durazzo a cui ella stessa appartiene. Isolata nel paradiso bucolico della villa familiare, l'equilibrio di Virginia verrà tuttavia nuovamente disturbato da eventi terribili, per di più di origine sovrannaturale, sulle cui cause l'aiuterà a far luce il carismatico professor Dimitrij Dragan, psichiatra esperto di parapsicologia.
Le indagini congiunte dei due protagonisti avranno come epilogo la scoperta e il riconoscimento di una figura diabolica - per l'appunto il Varcolac presente nel titolo - determinata a fare di Virginia una vittima e di conseguenza una nuova carnefice, trasformandola in un vampiro avido e inarrestabile. La vera originalità di quest'intreccio sta nell'acuta indagine antropologica che si nasconde dietro la genesi del Varcolac, essere costretto a nutrirsi di sangue perché prigioniero di un limbo senza via d'uscita, una terra di mezzo per chi ha abbandonato la vita senza abbracciare del tutto la morte: causa reale di questa tremenda condizione è il mancato battesimo, qui inteso non soltanto come rito d'iniziazione ad un culto religioso qual è il Cristianesimo, ma più genericamente come possibilità d'ingresso e piena accettazione in una comunità. Mancando lo specifico rituale atto a riconoscere l'individuo come parte integrante ed integrata della società, ecco che questi si trasforma in un paria, in un essere fuori dalla grazia di Dio come da quella degli uomini, e che dopo la morte non può far altro che ripercorrere, in una sorta di sadico contrappasso dantesco, il medesimo tracciato d'esclusione compiuto in vita.
Il definitiva, il vampiro immaginato dalla Bezzi non è più soltanto un essere rivoltante e pericoloso, né il personaggio affascinante e seduttivo della recente letteratura, ma espressione prima di tutto di una tradizione ben precisa - il folklore rumeno, a cui si deve la leggenda del Varcolac - in secondo luogo, dei complessi meccanismi psicologici che legano l'individuo ad una comunità e che rendono necessari determinati rituali livellatori, in grado cioè ricondurre ogni membro collettivo alla normalità e all'ordine sociale; infine, il mostro è simbolo del caos, di un disordine diabolico che la società intera tenta di respingere ed emarginare perché non possa in alcun modo giungere a disturbare il difficile equilibrio comunitario.



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