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Intervista - Francesco Falconi, il Re dell'Urban Fantasy

Dettagli
Intervista Francesco FalconiMax Gobbo intervista Francesco Falconi, autore urban fantasy, divenuto celebre grazie a lavori come la serie di “Muses” e “Nemesis”.
Di quando in quando, l’universo letterario e la galassia (tanto per metaforeggiare in termini astronomici) della narrativa di genere, ci riservano della autentiche meraviglie, e ciò non è poca cosa considerando il mare di banalità prodotte e l’immensa schiera di epigoni impenitenti di quello o di quest’altro autore.

E così Francesco Falconi con le sue creature immaginifiche, desta meraviglia, e ci sorprende in un mondo quello della fantasy, che oggi abbonda insopportabilmente di stereotipi.
Con la serie Muses uscita per Mondadori, che rappresenta un vero caso editoriale, lo scrittore grossetano (oggi vive e lavora a Roma), impone all’attenzione della critica e dei lettori un nuovo genere: l’Urban Fantasy.
Per meglio capire cosa si cela dietro questo successo editoriale, abbiamo raggiunto l’autore di Musesper sottoporgli alcune domande.

D) Benvenuto Francesco, t
i va di parlarci un poco dei tuoi inizi come narratore?
R) Quando avevo 14 anni ero un ragazzo appassionato di fantastico, ma allora non c’era una produzione letteraria e cinematografica come quella odierna. Dopo aver letto La Storia Infinita di M. Ende e visto il film, decisi di scrivere un romanzo fantastico che fosse totalmente mio. Così su un quadernone iniziai a narrare la storia di un mondo immaginario, Estasia, e di un regno in pericolo. Poi, durante il periodo in cui frequentai il liceo scientifico e l’università in ingegneria delle telecomunicazioni, abbandonai il quadernone in un cassetto. Quando iniziai a lavorare a Roma, durante il trasloco, ritrovai quel vecchio quaderno e decisi di riportare il romanzo sul PC. Come per magia fui catapultato di nuovo nel mondo di Estasia, così lo riscrissi, lo completai e infine, sotto consiglio di un amico, provai a presentarlo a qualche editore. La storia piacque ad Armando Curcio editore, che la pubblicò nel 2006. Da allora non ho più smesso di scrivere, e oggi ho dato alle stampe quattordici libri di vario genere: dai ragazzi, agli young e new adults, alla fantascienza, al gotico, ai racconti urban fantasy e weird, e persino la biografia di Madonna.

D) Cos’è l’Urban Fantasy e quali sono le differenze maggiori col fantasy tradizionale?

R) Non amo moltissimo la classificazione del genere fantastico, anche perché si rischia di perdersi nelle sue varie declinazioni. In genere con il fantasy si intende quello di stampo anglosassone (tolkeniano, per intendersi, con ambientazione immaginaria e di epoca medioevale), mentre l’urban fantasy si ambienta per l’appunto nelle metropoli (immaginarie o esistenti), nell’età attuale, con un collante maggiore alla realtà di oggi. Sono solo sfumature del fantastico, come dicevo. Alla fine ciò che conta è la storia.

D) In "Muses" vi sono molti riferimenti a figure mitologiche della tradizione greca e classica in generale: potresti parlarcene?
R) Non mi ero prefissato un romanzo che riportasse in auge la tradizione greca, in realtà. Il mio scopo – oltre quello di rendere tridimensionale la figura della protagonista Alice – era quello di seguire ciò che è il mio marchio di fabbrica: la fusione fra arte e letteratura fantastica. Così, come sempre quando nasce una storia, mi sono posto una domanda: dove nasce l’ispirazione di un artista? La ricerca mi ha condotto fino alla figura delle muse della mitologia greca, e a quel punto mi sono posto un nuovo quesito: cosa accadrebbe se le Muse esistessero veramente e vivessero assieme a noi? Sarebbero diverse da come ci sono state narrate dai grandi poeti greci? Si sarebbero evolute e adattate ai tempi, in una sorta di darwinismo artistico? Questo è il “cuore fantastico” di Muses, per l’appunto. Nel secondo romanzo di Muses sono poi passato ad analizzare il “padre spirituale” delle Muse, il dio Apollo. Nella “duologia” ci sono molti riferimenti alla letteratura classica, ma la storia è totalmente attualizzata e inserita in un contesto moderno.

D) Alice, la protagonista è una giovane problematica, vero specchio d’una intera generazione: uno stereotipo, o piuttosto come insegna Jung un archetipo?
R) Senza dubbio Alice è più vicina all’orientamento junghiano, tanto che il ricorrente “angelo oscuro” deriva proprio da ciò che dice Jung: “Dentro di noi abbiamo un'Ombra: un tipo molto cattivo, molto povero, che dobbiamo accettare”. Il riferimento sarà presente anche nel mio prossimo libro in uscita a fine Aprile, Gray, dove sarà declinato nel concetto di Anima Nera. Il personaggio di Alice non è stato programmato a tavolino, nasce da una mia esperienza di vita. Ero su un autobus a Roma, quando è salita una ragazza dai capelli rasati, vestita di pelle, coperta di tatuaggi e piercing, proprio come la descrivo nel libro. Si siede nell’unico posto vuoto, accanto a una signora di mezz’età. Quest’ultima la squadra dall’alto in basso, e con espressione schifata si alza borbottando: “brutta lesbica”. Da qui è nato il personaggio tormentato di Alice, la difficile condizione familiare e il suo passato oscuro. Un mix tra l’eroe di Schiller e quello di Byron.

D) Leggendo le tue opere, ad un occhio esperto, appaiono dei contenuti profondi, che vanno oltre la storia raccontata dalle parole: mi sbaglio?
R) Il fantastico è solo un abito che veste una storia. Non mi prefiggo mai un particolare target di lettori, mi concentro su ciò che voglio narrare. Muses è stato inserito nella collana Chrysalide di Mondadori, rivolta per lo più a young/new adults, ma il romanzo è stato apprezzato anche da un pubblico più adulto. Senza dubbio il mio obiettivo, e spero in parte di esserci riuscito, è quello di scrivere romanzi multistrato che possano essere letti da persone di ogni età. Come una semplice storia fantastica o qualcosa di più complesso. Non salgo maiin cattedra, non ho l’arroganza di voler insegnare qualcosa. Osservo il mondo, lo riporto nei miei libri. Lascio aperta una porta al lettore, quella della riflessione.

D) Tu hai compiuto un percorso di studi di tipo scientifico, e per professione abbisogni d’una notevole dose di razionalità, mentre come autore fantasy necessiti di un’immaginazione straordinaria: come convivono in te queste due istanze intellettuali?
R) Sono sempre stato bipolare, fin da piccolo, diviso tra l’amore per le materie umanistiche e quelle scientifiche. La conseguenza più ovvia era quella di diventare un ingegnere e uno scrittore allo stesso tempo.
Che il fantasy e la scienza siano ambiti del tutto scissi non è assolutamente vero e la storia ce lo dimostra. Pensiamo a Jules Verne o a Leonardo Da Vinci. All’aspirazione dannata del Faust di Goethe. L’uomo, grazie all’immaginazione, si è spinto oltre i limiti del conosciuto, trasformando l’impossibile in reale, la magia in scienza. La fantasia è sempre stato il motore primario per raggiungere un più alto livello di conoscenza.

D) I tuoi romanzi sono diretti (ma non solo) ad un pubblico di adolescenti: come riesci a compenetrarti, in quanto adulto, col loro mondo?
R) Come ho accennato prima, non mi pongo mai un preciso target di lettori quando mi accingo a scrivere un romanzo. Ritengo tuttavia che i ragazzi di oggi siano spesso sottovalutati, e che in realtà siano capaci di leggere e comprendere romanzi più complessi. Spesso mi capita di sentire ragazzi che già alle medie hanno letto l’intera opera tolkeniana senza difficoltà. Proprio per questo ritengo che i temi più complessi che sono presenti in Muses e in Gray possono essere compresi dai ragazzi. L’importante è fornire loro gli strumenti adatti e rendere semplice l’immedesimazione nel romanzo. Per questo mi concentro sul realismo dei miei personaggi: vivo anch’io nel mondo di oggi, sono a contatto con i giovani, percepisco le loro problematiche e disagi. Non resta che osservare e narrare, questo è il mio scopo. È vero, i tempi cambiano, ma alcuni bisogni primari ed emozioni rimangono immortali. La paura di rimanere soli, di non essere accettati e capiti, l’emarginazione, la crescita, la difficoltà nel comprendere i propri sentimenti, quali l’amicizia e l’amore.

D) I tuoi personaggi, così come per il caso di Alice, ad un certo punto intraprendono un viaggio iniziatico, destinato a cambiarli per sempre: un’attualizzazione la tua, della struttura della narrazione dei grandi autori del passato?
R) Da anni ormai mi sono staccato dai modelli letterari o filosofici che mi hanno formato, anche se restano ovviamente nel mio DNA di scrittore. Narro ciò che mi circonda, le persone che vedo, le difficoltà e le gioie che percepisco. Quando strutturo un libro non mi soffermo su archetipi o su strutture consolidate, lascio che la storia segua il suo corso. Poi, senza dubbio, questo comporta sempre uno schema che si ripete: un personaggio che affronta un dramma, il movimento, la caduta in un baratro, la ricerca di luce nell’oscurità. È nel dolore e nelle situazione estreme che si mette in evidenza la natura di un individuo. È in quel momento che compie il suo cammino, sbagliato o giusto che sia. Nei miei romanzi non c’è mai il bene o il male assoluto, mai il bianco o il nero. C’è il grigio. Gray, per l’appunto.  Lascio, a tal riguardo, in lettura un pezzo di Gray che ho reso pubblico sul mio profilo facebook. Credo che spieghi proprio ciò che intendo.

— Il bianco indica la luce della fine dell’esistenza. Rappresenta il game over. L’assenza di punti di riferimento, il disorientamento. È sinonimo di paura, perché sul bianco si proiettano le ombre. Hai mai letto Cecità di Saramago?
Enrico accusa il colpo, si ritrae, ma non si dà per vinto. — Nero. Cambiamo i pannelli sul proscenio e mettiamoli tutti neri.
— Il nero cosmico. Il Big Bang. La rinascita. Il buio della scienza che oscura la luce della fede religiosa. Il terrore dell’ignoto. La perdita di confini.
— Quindi va bene il nero?
— Quindi va bene la perfezione. Cioè il grigio.

D) Qual è il tuo libro preferito?

R) Ce ne sono moltissimi, è difficile scegliere, sia nella letteratura classica sia in quella contemporanea. Sarebbe come per un padre scegliere tra i suoi figli. Ti dico La Storia Infinita di M.Ende, perché da quel libro è nato il mio amore per il fantastico.

D) Dovendo scegliere tra queste penne celebri? Tolkien, Stephenie Meyer, Howard, J.K Rowling
R) Semplice, non sceglierei la Meyer.

D) Una domanda provocatoria: secondo te, è più fantasy "Le Cronache di Narnia", o l’"Orlando Furioso"?
R) Lo sono entrambi, ed entrambi con una forte matrice cristiana. Non voglio aprire una parentesi troppo lunga, purtroppo spesso gli adulti – e i docenti – ritengono i romanzi fantasy e fantastici facenti partedi letteratura per bambini e di serie B, per poi idolatrare – giustamente – Calvino, Dante Alighieri, Ariosto o i contemporanei Murakami, King. Senza capire che tutti fanno parte, seppure in modo totalmente diverso di narrazione – dell’universo del fantastico.

D) Quanto conta nella tua narrativa l’idea del mito?
R) È fondamentale per contrapposizione, cioè per costruire e concretizzare un antieroe che sia assimilabile a ciascuno di noi. Questo, del resto, è il cuore di Muses. Alice è una ragazza cresciuta nella periferia di Roma, combatte contro la macchia oscura del suo passato, vive emozioni dostoevskiane, si ribella al destino, diventa un mito e al contempo l’anti-mito stesso.

D) Quand’è che avverti l’ispirazione? E cosa suscita la tua curiosità di narratore?
R) Dal mondo che mi circonda, da esperienze che mi spingono a riflettere e che suscitano in me emozioni contrastanti. Dalle mie stesse paure, emozioni, dai miei difetti e limiti.

D) Cosa a tuo giudizio, rende una storia interessante?
R) La sua onestà. Una storia per essere convincete deve essere genuina, vera. L’autore deve sentire l’esigenza indomabile di raccontarla.

D) Quale consiglio ti senti di dare ad un autore esordiente che vuole occuparsi di fantasy?
R) In primis, se un ragazzo vuole mettere su muscoli va in palestra. Se un ragazzo vuole diventare un autore deve leggere. La lettura è la palestra primaria per imparare a scrivere. In secundis, non si deve partire da un genere letterario perché si crede che vada di moda. Deve essere il genere – per l’appunto, la veste della storia – a scegliere l’autore.

D) Puoi darci qualche anticipazione dei tuoi progetti futuri?
R) A fine Aprile uscirà il mio quindicesimo libro. Sarà un romanzo autoconclusivo dal titolo Gray. Stavolta sono partito dall’analisi di un altro tema che spesso ho affrontato in passato: la paura di invecchiare, di morire, di vedere ogni giorno sfiorire la propria bellezza. Nella ricerca del concetto di estetica sono quindi partito dal decadentismo di Oscar Wilde, per attualizzare, re-inventare, trasformare completamente il suo Dorian Gray in quella che è l’età contemporanea. Scevro delle sue censure, del suo totale pessimismo, ho cercato la luce nell’Anima Nera, la ricerca di una risposta capace di sconfiggere un’ossessione. Ho lasciato che due personaggi totalmente diversi si scontrassero tra loro. Un Dorian Gray condannato all’eterna giovinezza, che si vendica sull’amore che non riesce a comprendere, vendendo il suo corpo e infliggendo il dolore. Il tormento di Layla, una ragazza affetta da dismorfofobia, terrorizzata alla sola visione del suo corpo, capace però di vedere al di là dell’apparenza. Sarà un romanzo con una lieve sfumatura fantastica, e una ricerca approfondita nella psiche dei personaggi.



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