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Un Natale da Horror 2012 - Tutti i racconti

Un Natale da Horror 2012 - Tutti i racconti. Leggi e commenta!

Dettagli
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A casa per le feste - Michele Protopapas
A Natale si pranza con la famiglia - Carlo Bovolo
Babbo Natale Rosso Sangue - Elio Errichiello
Buon Natale Mark - Jack Chinasky
Buon Natale Tesoro - Paolo Secondini
Cattive Compagnie - Enrica Aragona
Christmas Present - Sergio Duma
Creepy Christmas - Mattia Vercellato
Damon Gallagher in Killing Santa Clause - Simone Censi
Fadeout - Tiziana Boccaccio
Furia Rossa - Jacopo Mondini
I Quattro Canti della Neve - Romina De Rossi
Il Babbo Natale - Marco Ferroni
Il Cadavere nel Camino - Alessandro Continiello
Il Grande Vecchio - Damiano Lotto
Il nostro piccolo segreto - Roberto Riccioli
Il Presepe vivente - Sara Storchi
Il Primo Natale - Roberto Guarnieri
Il regalo di Natale del piccolo Jimmy - Marco Orlandi
L'Albero di Natale - Federico Mattioni
L'Albero di Natale - Giulio Uggè
L'Amica - Giuseppe Novellino
L'Assedio - Corrado Vallerotti
L'incontro delle due Jenny - Ethel Vicard
L'Indicibile - Sergio Belsanti
L'ultima casa - Patrizia Benetti
L'Undicesima Strada - Walter Perello
La fabbrica degli Elfi - Annalisa Platania
La Maledizione di Natale - Paolo Cirillo
La Pallina Verde - Ivano Cipollina
La vaccinazione anti influenzale - Mauro Sighicelli
La Vendetta dei Giuditta - Ugo Perugini
Magica Notte - Davide Giannicolo
Natale alle porte - Alessandro Maxia
Nettare Rosso - Michela Tognotti
Neve - Andrea Francioli
Novella Natalizia N° 1 - Marco Cattarulla
Pater Noster - Nicola Orofino
Paura e delirio a Natale - Camilla Bottin
Per favore non rompete le palline - Marco Bertoli
Porco Augusto - Enrico Martini
Quell'assurda Notte di Natale - Patrizia Salvini
Regali - Alfredo Crispo
Regalo di Natale - Francesco Gallo
Requiem di Natale - Marco Torti
Rosso Natale - Salvatore Di Sante
Rosso Natale - Simone Porceddu
Sfera di Natale - Paolo Borzini
Spirito Natalizio - Giuliana Ricci
Strani incontri - Matteo Belotti
Tu ci credi a Babbo Natale? - Clarissa Costa
Un buon marito - Nicky Bit
Un giorno sulla Terra - Alessandro Fiorencis
Un Natale senza ricordi - Giordano Lupi
Un panettone che è la fine del mondo - Sara Quero
Un regalo a metà - Maurizio Barbarisi
Un regalo per Natale - Elisa Martinetti
Un tragico Natale - Mirko Ecker
Una Stella per Natale - Ughetta Aleandri
Una Storia di Natale - Simone Babini
Una tazza di té per Natale - Marco Giannino
Videogiochi pericolosi - Alessandro Cicioni

Un Natale da Horror - Giorgio Riccardi

Dettagli
Meno 5, 4, 3, 2, 1…è scattata la mezzanotte del 20 dicembre e si è chiuso il primo progetto “Un Natale da Horror”, un sogno per me che in questo concorso e in questo sito ci sto mettendo l’anima.
Controllo un’ultima volta la casella di posta per vedere se arriva qualche racconto dell’ultimo secondo e poi via a creare l’eBook con le migliori storie.
C’era sempre qualche ritardatario che, per non lasciare nulla al caso aspettava sino all’ultimo momento per l’invio del racconto, controllando all’estremo ogni parola, ogni lettera, ogni virgola…onore a loro, persone meticolose.
Clicco F5 sulla tastiera del mio pc e vedo che il programma sta scaricando un ultima mail.
Sono contento, ovviamente, un altro racconto che va ad aggiungersi ai ben 62 già giunti in redazione. Niente male visto che sia il sito, sia il concorso sono stati aperti solo tre settimane fa. E’ incredibile quanto il passa parola sia fondamentale nell’era di internet.
La mail in arrivo pesa circa 666kb e la mia connessione internet è molto lenta e ci metto un po’ per scaricare tutto, ma ne varrà di sicuro la pena.
Fuori fa freddo, ma nel grande capannone che abbiamo affittato e adibito a redazione. Si sta bene dinanzi alla stufa a pellet, con un bel bicchiere di rum in una mano che mi gusto con soddisfazione e mi rincuora dopo una dura giornata al lavoro e un toscanello nell’altra mano che mi fumo a piccole e lente boccate, ho smesso di fumare da 9 mesi, ma ogni tanto e nei momenti più importanti un sigarino non guasta, soprattutto quando rimango solo in redazione.
Dopo circa 2 minuti il file è finalmente scaricato, così come segnalato dal programma e posso andare ad aprirlo e divorarmi quest’ultimo racconto horror.
Clicco sull’icona di Outlook e mi si apre la solita mascherina che ben conosco. Selezionata in azzurro la mail appena giunta con in grassetto il nome del mittente che, non credo ai miei occhi Howard Phillips Lovecraft, mentre il campo dell’oggetto è vuoto. Penso al solito mitomane la cosa mi incuriosisce e apro le mail.
La luce al neon incomincia a lampeggia nella mia stanza fino a spegnersi, intanto il pc mi dice “waiting please”. Si sarà fulminata, penso, ma la stufa e il computer continuano a emanare una fioca luminosità sulle pareti e sul soffitto.
Decido di pensare dopo alla lampada al neon, anzi magari domani, prima ho da leggere questa mail che, finalmente si apre con l’allegati scaricato. Così come nell’oggetto, anche il corpo della missiva è vuoto e decido di aprire l’allegato. Clicco due volte sul simbolo del file…sento un rumore alle mie spalle, come di piedi scalzi su di un pavimento, mi giro e la cosa mi lascia pietrificato.
Dapprima mi stropiccio gli occhi, guardo il bicchiere di rum e penso «Wow, forte sto bicchiere!» poi capisco che, purtroppo, non è mia immaginazione. Lì, in fondo alla stanza un bambino fermo che mi guarda. In mano ha una falce, no non è possibile. La piccola figura si avvicina a me, lo vedo bene ha un buco in testa dalla quale fuoriesce del sangue rossissimo che macchia il pigiamino e il viso bianco, pallido. Lo riconosco è il piccolo Jimmy, protagonista di uno dei racconti giunti in redazione.
Continuo a stropicciarmi gli occhi, mentre fisso il bambino. Penso che questo sia solo un incubo, mi sarò addormentato d’avanti al computer, mi do un pizzicotto…«Ahi» il dolore lo sento, sono sveglio. A richiamare la mai attenzione ancora altri rumori, intorno a me, mentre la figura di Jimmy scompare. La luce della stufa a legna si è fatta fioca si starà consumando il combustibile e riesco a vedere poco di ciò che c’è nel capannone, ma c’è qualcuno alla mia destra, mi giro cerco di aguzzare la vista, niente domando “Chi è?”, non ho risposta. Mi ricordo che nel cassetto della scrivania c’è una torcia elettrica, la prendo non si accende, la sbatto con forza sul tavolo mentre intorno a me i rumori aumentano. Sento la mia voce gridare «Chi c’è là? Chi è? Ragazzi non è un bello scherzo smettetela! Uscite fuori! C’è del rum anche per voi». Ma niente, non c’è risposta solo confusi rumori.
Al terzo tentativo la torcia elettrica si accende e…li vedo sono tutti lì che mi guardano e so, con certezza, che lo stanno facendo già da tempo, mentre io solo ora riesco a vederli. Li riconosco tutti: c’è Ted con la sua camicia bianca macchiata di sangue e un buco che gli fora il petto. E’ lui, ha il volto ancora disorientato, non sa dov’è, ma nel suo sguardo si legge tanto odio. C’è la signora assassina con in mano cucchiai e coltelli. E’ seduta sopra il corpo esanime di un uomo, c’erano Luca e l’uomo-zombie in stato di decomposizione e mezzi mangiati dai vermi. Entrambi si muovevano con grosse difficoltà emanando un incredibile puzzo di morte. C’è la famiglia omicidi a guardarmi dall’alto in basso che mi giudicava con i due figli che mi guardano con sorrisi agghiaccianti. In un angolo, seduta per terra e dondolandosi su se stessa c’è Jenny che canta una canzoncina stonata, una filastrocca per bambini a primo impatto, ma non capisco la melodia. C’è Dario indemoniato e, poi, Babbo Natali di tutti i tipi, elfi, vecchiette tutti mi fissano con sguardi carichi di rancore.
«Cosa volete?!» chiedo «Cosa volete da me?»
A rispondere è Jimmy ricomparso vicino alla mia sedia sulla quale sono caduto non avendomi retto le gambe. «Tu e gi altri vi siete divertiti a crearci, siete stati voi ad averci dato vita e ora abbiamo bisogno delle vostre anime per vivere, per perpetrare il nostro male. Tu sarai il primo, poi toccherà agli altri».
Lo guardo e non riesco a parlare. « Volevi il tuo Natale Horror, eccolo!». Dopo queste parole il buio.
Mi sveglio qui. Appeso in questo freddo capannone. I mostri mi guardano ancora, ridono di me. Si avvicinano e incominciano a cibarsi delle mie carni, uno alla volta, dopo sarà la volta dell’anima…grido, il dolore è lancinante, il mio sangue schizza in ogni dove, i mostri hanno la bocca insanguinata e brandelli di carne cade per terra, vedo le mie intestina, chiudo gli occhi.
Tra poco sarà finita, è la mia unica consolazione.

L'Undicesima Strada - Walter Perello

Dettagli
Esiste una strada che può essere trovata ogni 11 anni, si trova sperduta tra le montagne delle Alpi e collega due valli selvagge attraverso il passo delle anime.
Ma come vi dicevo, normalmente nessuno la vede perché semplicemente non esiste. Il 23 dicembre 2012 dopo la mezzanotte, la strada è rimasta visibile per un paio d'ore e qualcuno l'ha trovata.
Questa è la storia delle anime che l'hanno percorsa e che si sono smarrite per sempre.
 - Quella strada sulla destra dove porta?
- Non saprei, non c'è nel navigatore.
- Ma non l'avevi aggiornato prima di partire?
- Si, però non c'è lo stesso.
- Ci sarà poco segnale GPS.
- No, no prende benissimo e che qui la mappa non dà un bel niente.
- Vabbé però la direzione mi sembra giusta, va verso nord e va in salita verso il rifugio, quindi prendiamola che ho - - voglia di polenta. Che ne dite voi due dietro.. piantatela di limonare e date una mano.
- Ma di che ti preoccupi sei sempre il solito, con il suv che abbiamo che ci frega di un po' di fango, ce le hai le gomme invernali?
- Si, mio padre le ha fatte cambiare ieri ma se gli rovino la macchina non me la da più... non vedi quante buche.
- Ma sei scemo, hai un suv da settantamila euro e ti preoccupi di due buchi per terra, non rompere le palle e sali, metti le ridotte e partiamo che in rifugio mica ci aspettano tutta la notte.
- Tu che dici?
- Aspetta che scendo a chiedere a qualche lupo dov'è il rifugio.
- Siete tre stronzi, la prossima volta prendiamo la vostra di macchina e poi andiamo dove cazzo vi pare.
- Oh! finalmente, stavo facendo la muffa a sto bivio. Ciao ciao lupi noi andiamo.
- Hai visto come va bene, tuo padre le sa scegliere le macchine.
- Si, si ma guardate sul navigatore, guarda... adesso non c'è più niente di niente, siamo in mezzo al nulla.
- E tu continua a seguire la strada, da qualche parte ci va di sicuro.
- E io ci voglio arrivare prima possibile.
- Ma no...vai piano che è pieno di buche, attento!
- Che c'è adesso?
- Oh ma la volete finire lì davanti di litigare, è Natale, cercate di essere gentili.
- Ma non l'hai visto attraversare la strada?
- Visto cosa? È tutto buio.
- Ma no davanti a noi, per un momento hai illuminato qualcosa
- Non ho visto niente, adesso riparto e voi smettetela di rompere le palle.
- No non partire.. si è fermato sotto la macchina, l'ho visto arrivare da quel cespuglio e si è fermato sotto la macchina.
- Suona il clacson così se ne va.
- Fanculo io non ho visto niente.
- E suona cosa ti costa.
- EEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE
- Contenti? l'avete visto andare via da qualche parte?
- No.
- Niente.
- Neanche di qua.
- Ma cos'era?
- Ma non lo so, sembrava... che ne so! Sembrava qualcosa che si è infilato sotto la macchina, ecco cosa sembrava.
- Allora devi scendere e guardare di sotto… prendi la pila dal portaoggetti e vai a vedere, se è un animale appena vede la luce scappa di sicuro... Che c'è adesso hai paura dei lupi?
- Ma vaffanculo, te e i lupi.. come si accende sta pila?
- Schiacci una volta e si accende, due fa luce a intermittenza, tre si spegne, te lo devo scrivere?
- E chiudi la portiera che fa un freddo cane.
- Si, si, prima dammi i tuoi guanti, i miei li ho lasciati nel bagagliaio.
- Tieni... e fai attenzione, se è un lupo vieni subito in macchina che lo metto sotto.
- Poverino!!
- Altro che poverino.. ci facciamo lo spezzatino!
- Ragazzi non fate scherzi, Gil non mollarmi qui al freddo
- Ma figurati proprio non è serata per fare certe cazzate.
- …Ehi! qui sotto non c'è niente, o forse no.. però....ahia....
- Che c'è Loris? Cosa hai visto?
- Lorissss?
- Barbara guarda dalla tua parte, era lì no?
- Non c'è più, non c'è più.
- L'ha morso?
-Come non c'è più ma che stai dicendo?
- C'è solo la pila a terra, punta verso il bosco e... ahhhhh
- Parti, parti...
- Dové Loris? Barbara cos'hai visto?
- Era orribile, l'ho visto muoversi
- Cosa hai visto muoversi?
- Se restiamo qui ci prenderà tutti...vai via via!
- Andiamo al rifugio e diamo l'allarme.
- Prendi il telefono e chiama aiuto.
- No, no... voglio andare via di qui, via via..
- Enzo, prendi il cellulare e chiama qualcuno.
- Prende?
- Si, prende, prende, sto chiamando... Pronto?.Pronto? Abbiamo bisogno di... oh Gesù ma cosa?
- Chi hai chiamato?... ma chi cazzo stai chiamando?
- Qui c'è una tipa che chiede aiuto, dice che stanno venendo a prenderla, che stanno sfondando la porta, oh santissima..
- Chiedile dov'è
- Dove sei?
- Dice che si trova in un rifugio ma non sa dove, fuori è buio e ci sono loro che vogliono entrare..
- Merda, riattacca, riattacca..
- Ok fatto.. ma porca puttana che razza di scherzo era.
- Rifai il numero, rifai il numero, chiama il fottuto 118..
- Pronto? Parlo con il 118?.. oh no è di nuovo lei!! no! No!
- Adesso basta!! basta!!
- Zitti tutti e due....Lo sentite?
- Ma che?..
- ertzani tran sion dor sopren qert taled ….
- opuz tran sion dum sopren fert taled ….
- da dove viene sta merda di cantilena?
- Da là, guardateli.... sono qui per noi, siamo fottuti.
- Ma cosa sono?
- Vuoi scendere a chiederglielo?
- via di qua vai, parti.......accelera, accelera!
- Si vado, vado... vaffanculo tutti, non ci prenderete mai, mai,....
- Li vedi?...sono li davanti, accelera, mettili sotto quegli stronzi, li vedi quanto sono brutti quegli stronzi? eh..
- hanno la sciarpa fucsia di Loris oddio!!
- mettili sotto, mettili sotto....
- siiiiii crepate bastardi...
- la curva, la curva, ma vuoi sterzare.... nooooo
- CRASHHHHHHHH
…......................................
- ertzani tran sion dor sopren qert taled …
- opuz tran sion dum sopren fert taled ….
- Ragazzi state bene?
- Ho il naso rotto, cazzo ho il naso rotto!!
- riparti... forza, forza
- Barbara dove vai? Dove stai andando? Non scendere.. di li noooo!!
- ARGHHHH!
- Non parte, non parte, abbiamo spaccato tutto!!
- ertzani tran sion dor sopren qert taled …
- opuz tran sion dum sopren fert taled ….
- c'è puzza di benzina, abbiamo rotto il serbatoio
- non partirà più, siamo fottuti,
- scendi!
- non posso sono incastrato, la cintura non si sgancia..
- stanno arrivando, muoviti!
- No.. no, Enzo dammi l'accendino
- fanculo tutti.
- ertzani tran sion dor sopren qert taled …
- opuz tran sion dum sopren fert taled ….
- WHOSHHHHHHHHHHH
Le loro voci sono rimaste nell'aria e oggi, 11 anni dopo nel mio rifugio, sono riuscita a sentirle, le ho trascritte per voi che domani verrete e per me che sono ora, nella speranza di trovare una via d'uscita da questa strada e tornare nel mio mondo.
Oddio se solo la smettessero..
- ertzani tran sion dor sopren qert taled
- opuz tran sion dum sopren fert taled ….

Auguri - Susanna Furcas

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Una ventata di nostalgia la investiva al ricordo del contatto dei due corpi. Non sapeva quando e come fosse successo, ma le persone si incontrano in ogni momento, nei posti più disparati e all’improvviso, quando meno ce lo aspettiamo, la chimica si appropria della nostra volontà. Non si era sentita ammaliata dal mistero fascinoso di quegli occhi glaciali, ma il contatto involontario delle braccia a lavoro, le faceva sentire la scarica elettrica al solo ricordo. Chissà perché in prossimità di Natale provava una nostalgia infinita e la sfilata di pensieri la subissavano con incontrastata insistenza. Gli auguri natalizi la nauseavano, perché puntualmente, ogni anno, assisteva alla esibizione della falsità più sfacciata, mascherata da sorellanza inesistente, con l’espressione di morte tua vita mia, mentre venivano pronunciate quella parole ipocriti criminali alla tua salute e tanti auguri di un sereno Natale. Sapeva di film horror, condito con la satira di chi ripete il ritornello che a Natale siamo tutti buoni. Pensieri che l’avvolgevano in caduta libera, un dolore lombare derivato da uno stiramento muscolare causato da un piegamento inconsulto. Tutto cospirava per riportarle alla mente ricordi dolorosi, per giunta doveva presenziare ai fatidici auguri natalizi. Come avrebbe fatto a fare buon viso a cattivo gioco? Non si sentiva più buona e meno che mai ipocrita. Non lo era mai stata, ma era precipitata nel baratro amoroso da dove non trovava la via di uscita, per giunta ci si mettevano questi auguri fastidiosissimi, lontani anni luce dai buoni propositi e dal colore umano. L’acqua per il riso si era completamente asciugata. Perché le veniva in mente in quel momento? Sembrava che non avesse mai cucinato in vita sua, ma confondeva il sogno con la realtà. Aveva sognato di non saper cucinare. L’acqua si era completamente asciugata e lei era rimasta mortificata, con due persone a pranzo, che non vedeva da una vita e si erano materializzate nel sogno. Cosa significava? Niente. I sogni comunicavano tutto e niente. Il suo stato d’animo si era rattristato e vedeva tutto confuso, da qui un sogno sragionato, che assomigliava all’assurdità satirica degli auguri. Si sarebbero baciati? Ma che le veniva in mente. Tanti auguri di un sereno Natale, ma chi era sereno? Tutti guardavano il giardino del vicino. Gli uomini desideravano spudoratamente la donna altrui, ignorando eventuali accompagnatori. Le donne sfoderavano i sorrisi più assassini, dichiarando una guerra sanguinaria per il sentimento più nobile. E poi? Tanti auguri per un sereno Natale, la festa della famiglia, quando ordivano le trame più inverosimili per infilarsi nei letti altrui. Non era la sua trama però. Lei lo aveva incontrato in un momento improbabile, quando sentiva e sapeva di essere una donna tra tante, invisibile. Le altre lo avevano visto eccome ed era cominciata la cospirazione. Mille parole per allontanarlo, anche se lei sapeva di non averlo mai avuto, se non quando i loro sguardi si erano posseduti e i corpi sfiorati in un momento rubato. Ora era tutto finito, per colpa sua o degli eventi che non avevano mai agito per la riuscita del buon sentimento. E ora? Puntuali come un orologio svizzero noioso e prevedibile, erano arrivati gli auguri natalizi. Non se la sentiva di scambiarli con persone che non volevano il suo bene, donne che con il pensiero e parole taglienti avevano sperato nel fallimento dei suoi desideri e nel tramonto dei suoi sogni. Poteva almeno prendersi quella rivincita. Nessuno avrebbe assassinato i suoi sogni, neanche con la trama più traumatica. Le poteva restare il ricordo dei corpi sfiorati, il pensiero delle parole mai dette, degli sguardi beffardi e assassini di chi le diceva che non sarebbe mai penetrata in quegli occhi misteriosi. Si. L’aveva vista quella espressione mefistofelica ed era riuscita a smascherarla. Il sorriso non era più sincero. Non lo era mai stato e lei era stata cieca da non averlo capito, se non a distanza di anni. Nessuno vuole il nostro bene, se non chi ci ama davvero e scoprirlo all’improvviso fa male, con il sapore di trama horror, che ti trapassa come una lama di coltello. Proprio quelle persone le avrebbero fatto gli auguri di Natale, con un ghigno, mascherato da sorriso angelico. Un sereno Natale, con uno sfregamento di mani in sottofondo e il desiderio nascosto di scaraventarla dalle scale. Qual’era l’ultimo film che aveva visto? Forse confondeva la fiction horror e la realtà, ma la vita a volte aveva una trama più impensata e orribile. Non poteva esimersi dagli auguri, come non poteva smascherare le persone che ordivano di depennarla dalla vita. L’acqua del riso si era asciugata e il dolore lombare faceva capolino ogni tanto. Se i sorrisi avessero potuto uccidere ci sarebbe stata una strage da serial killer, eppure non poteva mancare alla tradizione degli auguri natalizi, con tanto di discorso di buon auspicio per il nuovo anno e il ricordo di due corpi che si sfioravano, ma che non si erano più incontrati.
 

Un dono per Marta - Giuseppe Acciaro

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Marta scrollò più volte il capo. Il suo berretto di lana, ormai sdrucito, non l’aveva protetta a sufficienza dalla neve. Respirò a fatica, tossì, poi dopo aver richiuso il pesante portone si versò del brandy nella scodella di latte che aveva riscaldato poco prima. Si lamento dei suoi capelli bianchi e sfilacciati; suo marito, un famoso giudice da tempo in pensione, le ripeteva continuamente che lei era pur sempre una signora distinta e che non doveva trascurarsi così. Marta si domandava come mai il suo anziano consorte non fosse ancora rincasato. Sapeva che era andato a trovare il suo amico, l’avvocato De Santis, e che dovevano prendere delle decisioni importanti riguardo la tenuta della signora Florio, scomparsa senza lasciare nessuna traccia da diversi mesi. Il giudice e l’avvocato si erano incaricati di svolgere dei lavori di manutenzione presso la residenza della donna e di fare in modo che potessero procedere le attività inerenti le produzioni casearie e l’allevamento del bestiame. La donna aveva ereditato le sue proprietà dal marito, perito in un incidente d’auto l’anno precedente.
Marta sperava che il giudice arrivasse almeno per consumare insieme la cena della vigilia di Natale e aprire i pacchetti dei regali, che da tanti anni usavano scambiarsi in occasione della ricorrenza. Pensò di andare incontro al marito, che forse era rimasto sorpreso dalla nevicata e bloccato a casa dell’avvocato. Diede un’occhiata ai regali sotto l’albero e ne vide uno incartato in modo differente dagli altri. La confezione era di un colore verde fiammante, e questo particolare la stupì: suo marito utilizzava sempre lo stesso tipo di carta…ci teneva a preparare lui stesso i pacchetti, poiché sosteneva che i negozianti lo facevano in maniera approssimativa. Marta avvertì l’impulso di aprirlo…si disse che eventualmente l’avrebbe richiuso a dovere. Forse l’autore di quel regalo non era suo marito, ma un’altra persona. Si ricordava che quella mattina il postino aveva consegnato una grossa busta al giudice, e che questi le aveva detto che non vi era scritto il nome del mittente, poi l’aveva portata nel suo studio. Lui doveva quindi averla aperta per poi mettere il contenuto sotto l’albero prima di uscire. Marta non resistette oltre; Si chinò e scartò il pacchetto. Conteneva un articolo di un quotidiano riguardante la scomparsa della signora Giuliana Florio. La pagina presentava diverse macchie di sangue raggrumato. Spiccavano due orecchini d’argento dalla forma simile ad uu minuscolo triangolo. Marta rammentò di averli visti addosso alla Florio. Si chiese perché qualcuno avesse inviato la busta con il pacchetto proprio al suo domicilio. La percepiva come una sorta di minaccia.
Non ipotizzò nemmeno per un istante che potesse trattarsi di uno scherzo di pessimo gusto. Avvertì di colpo che c’era qualcosa che le sfuggiva e nello stesso tempo di poco chiaro riguardo Giuliana Florio, e che forse suo marito, il taciturno giudice Vito Aprile, non era stato sincero con lei. Sospettava che suo marito trattasse degli affari poco puliti ma non se nera mai preoccupata fino a quel momento. Si rimise addosso il cappotto e uscì di nuovo. Stava ancora nevicando. Dai rami di un abete venne giù un blocco di neve. Marta respirava affannosamente.
Dalla collina vide scendere un oggetto di grosse dimensioni, che poi riconobbe come una slitta.
Procedeva a grande velocità ed era trainata da sei husky. Marta si accorse che stava puntando contro di lei. Rimase impietrita attendendo che la slitta si avvicinasse ulteriormente. Deglutì più volte, intuiva che stava per accadere un evento sconvolgente. La slitta si fermo a pochi metri da lei. Vide una figura femminile, che indossava un saio. La donna si tolse il cappuccio, rivelando un volto devastato da ferite e cicatrici, in alcuni punti la pelle sembrava a brandelli. Marta notò che portava due orecchini dalla forma triangolare, uguale a quelli della Florio. Le
Sembrò che la donna abbozzasse un sorriso con le sue labbra violacee e tagliate. Gettò un grosso sacco ai piedi di Marta e poi lanciò un grido acutissimo, incitando i suoi cani, che ripartirono lentamente. La donna alzò un braccio in direzione di Marta, come se volesse salutarla. La slitta seguì un tornante e sparì ben presto. Marta aprì il sacco a fatica, le sue dita parevano aver perso la mobilità necessaria. Si ritrasse urlando: le teste di suo marito e dell’avvocato De Santis rotolarono sulla neve. Marta urlò ancora, poi cadde in ginocchio. Quando la ritrovarono il giorno seguente, sommersa dalla neve, era già morta da qualche ora.
Nessuno seppe più nulla di Giuliana Florio.

La maledizione della Vigilia di Natale - Manfredo Marotta

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In un piccolo paese del Kentucky bagnato dal fiume Ohio, la fredda e gelida terra non lasciava penetrare gli schizzi di sangue che come schegge impazzite uscivano dalle giovani membra. In uno scontro impari, le due bestie in perfetto sincronismo colpivano la bimba. Il maschio con fendenti verso l’alto e lateralmente sventrandola fino al mento; la femmina l’azzannava a bocca aperta a ripetizione riducendo tutto a brandelli. Il cuore pulsava ancora quando fu infilzato dalla zanna dell’ungulato. La luna piena si era colorata di rosso, le punte dei cipressi come lance sembravano conficcarsi in essa. I rami degli alberi, con le loro concavità, come piccole mani rivolte verso l’alto sembravano pregare per quel corpo inerme. Tom non si dava pace. Sara, l’unica figlia che il Signore gli aveva donato, quel giorno della vigilia di Natale, non era scesa dal pulmino della scuola. A Tom gli venne subito in mente la storia ascoltata una sera al Toni’s , mentre beveva un wisky scozzese. Ci aveva riso su pensando che fossero i fumi dell’alcool a far fantasticare il barista che raccontava di due demoni che ogni anno il 24 dicembre, prima dello scoccare della mezzanotte, si trasformavano in feroci cinghiali e attraverso la lunga e tortuosa grotta dei Mammut raggiungevano paesi di montagna in cerca di una bimba per poterle mangiare il cuore. Il vecchio barista spiegava anche che solo mangiando il cuore di una bimba, i demoni potevano vivere un altro anno altrimenti sarebbero morti nel giorno di Natale. Tom era un uomo maturo, segnato dalla vita, aveva il viso rugoso con una grossa cicatrice che obliquamente tagliava l’occhio sinistro a metà e di strane storie ne aveva sentite tante. Quando si sparse la notizia di Sara, tutti gli abitanti del paese armati di forche, falci e coltelli, si erano riuniti per dividersi le zone da battere. Tom era un uomo molto rispettato e un cacciatore molto conosciuto anche se nel Kentuchy, si era trasferito da poco tempo, dopo la morte di sua moglie Annie. In paese si diceva che avesse un fiuto migliore di quello dei segugi e cacciava da solo seguendo il suo istinto. Proprio per questo, si era diretto verso il sentiero che portava al Kentuchy School Garden. La fitta nebbia, sicuramente non era una sua alleata anzi sembrava voler coprire e nascondere gli assassini. Il cacciatore non si faceva certo spaventare dalle condizioni meteo, era abituato a ben altro; la foga, la rabbia, il brutto presentimento, poi, gli facevano dimenticare lo sforzo e la fatica che stava facendo. Munito di torcia e binocolo perlustrò tutto il campo e analizzò i fili d’erba medica uno ad uno in cerca di qualche traccia. Un colpo di vento spostò la massa bianca e Tom intravide una grossa croce di ferro arrugginito su un cancello. Si avvicinò e vide che le ante erano socchiuse. Entrò. Era un cimitero. Guardando intorno si accorse che gli alberi piantati vicino alle tombe avevano perso la loro identità e apparivano come tante macchie d’inchiostro spruzzate nel cielo. Il silenzio fu squarciato dal verso della civetta che dopo qualche minuto diventò più stridulo e fastidioso. Il cacciatore sapeva bene che il verso del rapace quando raggiungeva certe tonalità non lasciava presagire niente di buono. Decise di uscire dal cimitero e dirigersi nel bosco verso il rapace. Si muoveva con disinvoltura fra la vegetazione. Il bosco non aveva segreti per lui, ne conosceva odori e rumori, la notte, poi, era stata sua alleata, amica e compagna in tante battute di caccia. Mentre camminava si ricordò che proprio in quella direzione, qualche mese prima aveva installato un’altana che utilizzava per l’appostamento. La trovò, salì la scaletta di legno e con gran destrezza arrivò in cima e inforcato il binocolo cominciò a scrutare il bosco. Sotto una grossa quercia intravide dei movimenti. Focalizzò l’attenzione e scorse due grossi ungulati che scavavano per terra, forse, per preparare un posto dove trascorrere la notte. I cinghiali si sa, sono animali molto sospettosi e sentito che nell’aria c’era qualcosa di strano, scapparono via. Tom da lontano li seguì e li vide ai bordi del campo fermarsi davanti ad un grosso albero dove c’erano due rami legati con una corda a forma di croce e piantati in terra . Tom scese velocemente dall’altana e raggiunse una siepe da dove poteva osservare tutto senza essere visto. Dopo aver deposto sotto la croce Il cuore insanguinato i due ungulati si allontanarono. Tom lentamente si avvicinò e non potette trattenere le lacrime e le urla quando raccolse il piccolo cuore che sentì essere quello di sua figlia Sara. Cadde in ginocchio e improvvisamente, il suo fianco destro fu squarciato da una zanna mentre il suo collo da dietro fu azzannato dall’altro animale. Il cacciatore si difese come poteva ma non ci fu nulla da fare. Gli abitanti della zona sentite le urla accorsero velocemente e trovarono il corpo dell’uomo a terra ormai senza vita e senza una mano. Da lontano si udirono i 12 rintocchi del campanile e subito dopo il forte grugnire degli ungulati. La maledizione della vigilia di Natale nel piccolo paese del Kentucky non era finita.

I morti di Natale - Francesco Rinaldi

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Prima arrivarono le mosche. Poi le larve. Alla fine arrivarono i vermi.
I loro occhi brillarono di gioia quando trovarono quei due cadaveri. Era la fine dell'autunno e le piogge avevano lasciato il posto alle prime nevicate.
Passarono altre festività, ma nel cuore dei vermi restò il ricordo di quel Natale.
Accese una sigaretta guardando le luci delle decorazioni natalizie che brillavano sulle montagne circostanti. Venivano dalle case dei paesi vicini.
Stava arrivando il Natale ma nel calendario della sua testa c'era solo una data che contava, quella della sua partenza. Non doveva avere fretta, doveva aspettare il momento giusto, essere certo che le acque si fossero calmate.
In lontananza, oltre la valle, guardò le luci della città che si riflettevano sulla coltre di nuvole. Era il posto dove aveva commesso il suo crimine. Gettò il mozzicone e rientrò nella cascina. L'aveva ristrutturata a dovere. Aveva ricoperto le pareti interne con delle assi di legno. Aiutavano a non disperdere il tepore della stufa. La teneva accesa solo durante la notte. Non voleva che il fumo fuori dal camino potesse attirare l'attenzione. Nessuno doveva accorgersi che qualcuno abitava in quella vecchia cascina.
Anche quella sera aveva bevuto parecchio. Barcollando aprì la porta dello sgabuzzino. I soldi della refurtiva erano al loro posto, nello zaino da montagna. Non erano molti ma potevano bastare per andare via e magari per aprire un piccolo locale da qualche parte. Guardò le cartoline appese al muro accanto alla branda. Cartoline di spiagge e di isole lontane. Si addormentò con la luce della lampada ancora accesa.
Ma era un sonno agitato. C'erano rumori provenienti dalla boscaglia che continuavano a svegliarlo. Ombre che tutte le notti ritornavano.
Quando arrivò la sera prese la strada del bosco con gli scarponi che affondavano nella neve fresca. Stava andando giù in paese a fare la solita bevuta. Non sapeva che stava cominciando la sua ultima notte in mezzo a quelle montagne.
Andò al bar alla fine del paese, frequentato sopratutto da manovali e boscaioli. Ordinò della birra e si mise a bere con la testa china sul bancone. Non parlava mai con nessuno. Meglio stare alla larga dalla gente, dagli amici e dalle donne. Sono tutte fregature.
Alla televisione c'era il notiziario serale. Non c'era niente che gli interessava sentire. Dovette però fare attenzione a uno dei titoli di testa. In poche settimane avrebbero ritirato la valuta in circolazione. Era stato programmato il cambio della moneta corrente. Così la sua refurtiva stava diventando carta da macero. Banconote dai numeri sicuramente registrati. Cercare di cambiarle sarebbe stata una follia. Ordinò un'altra birra, poi un'altra e poi un'altra ancora. Quei soldi erano il suo unico punto di riferimento.
Tornò a casa attraversando il bosco. La neve stava ghiacciando. Arrivato alla cascina, sfinito dall'alcool e dal freddo, crollò sulla branda.
Nel cuore della notte, ancora una volta si svegliò. Andò alla finestra e vide un ombra muoversi nella boscaglia. Non c'erano dubbi, la' fuori c'era qualcuno. Corse nello sgabuzzino dove teneva lo zaino. Stava cercando la pistola, quella che aveva usato per la rapina. Nello zaino non c'era. Cercò di ricordare dove l'aveva lasciata. Poteva essere solo in un posto: nell'autovettura nascosta dietro alla cascina. Uscì con torcia in mano e tirò via il telone grigio e la sterpaglia che coprivano la macchina.
Erano ancora lì, sui sedili anteriori, i due amici con cui aveva fatto la rapina. Ormai ridotti a scheletri. E si rese conto di quanto tempo era passato.
La pistola era sul sedile posteriore, dove l'aveva lasciata dopo aver esploso quei due colpi di rivoltella a tradimento nella nuca dei suoi complici, poco dopo la rapina, appena raggiunto quel nascondiglio.
Sentì un rumore alle sue spalle. Con la rivoltella in pugno puntò la luce della torcia verso il bosco. Sopra un sasso c'era come un grosso gatto dal pelo marrone maculato e dalla lunghe orecchie. Si guardarono fissi negli occhi per alcuni secondi. Poi il felino scappò via. Si ricordò di aver visto qualcosa di simile su un settimanale illustrato. Doveva trattarsi di una lince. C'era qualcosa di incredibile in quei grandi occhi gialli.
Rientrò nella cascina. Prese quattro mazzette di banconote di grosso taglio e le mise nelle tasche interne del giubbone. Rovesciò per terra il resto della refurtiva e riempì lo zaino con quella poca mercanzia che gli rimaneva. Era pericoloso portare tutti quei soldi e probabilmente non avrebbe fatto in tempo a spenderli.
Tornò alla macchina. Si ricordò che nel cofano teneva una tanica di benzina. Dietro al parabrezza i due teschi sembrarono guardarlo. Ma non dissero nulla.
Cosparse di benzina i sedili dell'autovettura e poi tutta la casa. Guardò il fuoco avvolgere la cascina, poi la macchina, e quando le fiamme raggiunsero l'abitacolo sembrò per un attimo che i due scheletri tornassero a muoversi.
Era arrivato il momento di andare. Attraversò il bosco e poi prese il sentiero che scendeva a valle. Le decorazioni natalizie sulle montagne circostanti lampeggiavano a intermittenza i loro mille colori. Dietro di lui, ormai in lontananza, le fiamme del passato bruciavano ai margini del bosco.
Arrivò alla stazione ferroviaria alle prime luci dell'alba. La biglietteria aveva appena aperto. Acquistò un tagliando di sola andata. Andò al bar a prendere un caffè. Mentre aspettava l'arrivo del treno tirò fuori dalla tasca le sue cartoline. E passò la punta delle dita sulle onde del mare che bagnavano la spiaggia. Fuori cominciò a suonare la campanella del passaggio a livello.
Quando i vermi videro le fiamme pensarono che fossero delle luminarie.
E con gli occhi che brillavano di nostalgia tornarono intorno a quella casa, per festeggiare il ricordo di quel Natale lontano.

Videogiochi pericolosi - Alessandro Cicioni

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24 Dicembre
Ivana e Marco stavano preparando i regali per i propri figli.
Il Natale dopotutto è un giorno atteso da mesi solo dai bambini e dai commercianti.
- Hai comprato il camioncino per Lorenzo?- fece con voce affettuosa Ivana
- Ma quale camioncino, ha 11 anni ormai, gli ho preso questo! -
Marco mostrò una copia di un famoso videogioco di guerra.
- Sei uno stupido
- Dai, me l'aveva chiesto!
- Cosa c'è scritto qua?
Ivana indicò la scritta PEGI che riportava la dicitura +18
- Tsk, non capisci niente di maschi
- Mio figlio non avrà a che fare con videogiochi violenti
Ivana prese la scatola del videogioco e la buttò nella pattumiera, fiera del proprio lavoro.
 
Dopo una ventina di minuti, finirono di preparare il loro lavoro, era un albero pieno zeppo di regali.
Andarono a letto stanchi ma soddisfatti. Dopotutto avrebbero reso felici i loro figli.
Si addormentarono con il sorriso sulla faccia.
Erano tutti allegri e contenti.
Marco, che nonostante aveva buttato via 70 euro sapeva che al figlio sarebbero comunque piaciuti i regali che gli aveva comprato, camioncino dei pompieri compreso.
Ivana, che era appagata dal proprio lavoro di mamma premurosa e attenta all'educazione.
Lorenzo, che sapeva bene tutti i regali che avrebbe ricevuto l'indomani.
Francesca, che era contenta di passare finalmente una giornata con la propria famiglia.
La figlia più grande, ormai 14enne, giocava nelle giovanili di una squadra di pallavolo di Serie A la cui città distava centinaia di chilometri da dove vivevano.
E le mancava terribilmente la famiglia.
Tutti dormivano sonni tranquilli.
 
Tutti tranne qualcuno.
- Comandante, cosa facciamo?
- Ci hanno buttato via. Maledetti.
- Dobbiamo uscire di qui, altrimenti moriremo tutti!- Disse preoccupato un soldato
- Ragazzi, siete pronti alla procedura d'emergenza? - Il comandante era il più preoccupato di tutti, visto che sulle proprie spalle pesava la vita di migliaia di persone.
- Signorsi signore.
- Bene, squadra Alpha e Bravo pronti ad uscire, tutti gli altri rimanete in attesa di ordini.
Le due squadriglie erano le più forti ed erano le uniche in grado di riuscire nell'impresa.
- Operazione Vendetta iniziata!
Il Comandante urlò a squarciagola mentre premette il pulsante di uscita.
Un rumore sordo e deciso riecheggiò nella casa.
-Mmm....Marco...cosa diamine era quel rumore?
- Dormi amore
- Io non voglio dormire...
- Eddai...domattina dobbiamo svegliarci presto, lo sai..
- Ho detto che non voglio dormire...
La voce di Ivana si era fatta dolce e suadente e la sua mano andò a toccare una parte delicata di Marco.
- Ah...è così allora eh?
- Eh si...
- Allora ti accontenterò, sciocchina!
Marco e Ivana iniziarono in poco tempo a fare l'amore.
 - Attenzione ragazzi, qui siamo a dimensione ridotta, fate massima prudenza.
I soldati del videogioco erano usciti.
Erano delle dimensioni di una penna, per questo avrebbero dovuto fare attenzione.
Sopratutto a Fuffi, il gatto della famiglia.
- Veloci, dobbiamo andare da quei due maledetti e convicerli a non buttarci, altrimenti per noi è finita!
Il comandante era fermo e protettivo, ma allo stesso tempo autorevole.
Mentre stavano cercando la camera dei due 'assassini', Fuffi vide delle cose muoversi.
Erano loro.
Il felino si spostava velocemente e con una zampa prese uno dei ragazzi della squadra Bravo.
Ci avrebbe giocato e poi lo avrebbe ucciso.
Poi, con altre zampate ferì a morte altri soldati.
Il capitano sapeva bene che sarebbe finita del tutto se avessero tentato di salvarli
 - Avanti ragazzi, muoviamoci, per loro non c'è niente da fare, muovetevi!
I soldati andarono verso la stanza e sentirono dei rumori inequivocabili.
- Modalità Stealth.- ordinò il comandante, convinto delle proprie idee.
Ognuno si mise in una posizione ben precisa, chi sul comodino, chi sull'armadio e chi sulla lampada.
La cosa importante era che se avessero voluto i due coniugi sarebbero morti.
Il comandante andò dall'uomo e gli punto il proprio fucile sulla fronte.
Al momento Marco non sapeva bene cosa stesse succedendo, ma quando si rese conto della situazione era già troppo tardi. 
- Perché ci hai buttati?
- Ma...che dite, io vi ho comprati, è stata mia moglie a buttarvi.
- E perché?
- Perché siete antieducativi.
- Ah si? E i telefilm all'ora di cena dove uccidono e squartano le persone no eh?
- Si...ma...abbiate pazienza, voi del campo dei videogiochi siete considerati un pochino...ecco...un pochino inferiori.
- Ah si? E allora noi vi uccidiamo.
Ivana era pietrificata.
- No, aspettate, possiamo spiegare...
- Dovete rimetterci sotto l'albero.
- Ma no dai...ho preso una decisione e la rispetto e non ci faremo influenzare da voi!
- Capisco...beh...avete perfettamente ragione.
Mentre diceva questa frase, mandò un messaggio digitale a un suo sottoposto con scritto 'Piano B'.
Il soldato sapeva benissimo cosa fare.
Prese la mira col suo fucile da cecchino e colpì la caldaia.
Il giorno dopo non c'era più niente, tutto esploso.
Non c'era la vita di due genitori orgogliosi dei propri figli, non c'era un ragazzino pieno di fantasia e non c'era una futura campionessa di Volley. O giocatrice da Serie B Zona Retrocessione. Beh.. poco importa adesso, visto che nessuno lo saprà mai.
Sui giornali apparve una notizia come tante altre ''Scoppio di una caldaia distrugge famiglia di 4 persone il giorno di Natale. Inutili i soccorsi''.
 
Poi Lorenzo si svegliò e sentì l'odore tipico della torta natalizia di mamma.
Pensò che era proprio una gran bella idea per un film.
Non sapeva che era già stato fatto qualche decina di volte.
Aprì i suoi regali.
Tra i vari giocattoli gli fu regalato un videogioco.
Ci giocò alcune ore e lo finì. 
- Cosa hai fatto queste 3 ore Lorenzo? - domandò affettuoso il padre
- Ho finito il gioco che mi hai regalato! È bellissimo!
- Ne sono contento.
- Solo che in alcuni livelli mancavano dei personaggi...

Una tazza di té per Natale - Marco Giannino

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«Tic toc, tic toc, tic toc…»
Lo sento arrivare dall’altra stanza mentre emette dei versi, dei ticchettii con quella voce stridula.
Provo a liberarmi, a muovere le braccia per sciogliere i nodi delle corde, ma sono tutti sforzi inutili. Non faccio altro che scorticare i polsi. La sua voce è sempre più vicina.
«Tic toc, tic toc, tic toc…»
Non posso neanche chiedere aiuto perché ho uno straccio ficcato in gola e un bavaglio legato dietro la testa che mi impedisce di sputarlo via. A malapena riesco a respirare dal naso.
«Ah ah ah! Buon Natale!»
Entra nella camera e accende la luce. È vestito da Babbo Natale. mi guardo attorno e vedo i muri bianchi e tante casse di metallo, un obitorio... nella tasca vi sono infilate una rosa, un archetto e una lama.
Appena vedo in controluce la lama affilata, comincio a muovermi. Devo scappare, devo fuggire via prima che questo psicopatico mi ammazzi.
«Su, su , su. Non c’è bisogno di agitarsi così. Oggi è Natale! Non sei contento?»
Scuoto la testa a destra e a sinistra per dire che no, non sono per niente contento! Me ne devo andare di qui, devo scappare. Oddio, Signore fammi uscire vivo da qui. Prometto che sarò più buono, prometto!
«Tic toc, tic toc. E’ tardi, è tardi, è tardi! Su, su, prendi la tazza di tè che è tardi e bisogna aprire i regali!»
Agitandosi e saltando, il pazzo ride guardandomi dritto in faccia. Ha gli occhi spiritati e un sorriso da maniaco sul volto.
«Su, bevi il tuo tè che è tardi!»
Si accovaccia di fronte a me e fissa la sedia alla quale sono legato. Si toglie la giacca rossa. Dal tavolo dietro di lui prende una tazza di tè. Ha delle macchie rosse sui bordi. Quando mi avvicina la tazza mi rendo conto che non è macchiata di rosso, ma che è intriso di sangue.
« Tutti sono morti, nessuno è sopravvissuto. Tutti sono morti, nessuno chiede aiuto»
Oddio Signore, questo è tutto matto. Portami via, fammi uscire da qui, ti prego!
Non riesco a smettere di fissare il sangue che cola dalla tazza che impugna. Una macchia scende copiosa e densa coprendogli i palmi come una ragnatela rossa. Anche le sue labbra sono ormai talmente zuppe da parere scarlatte invece che rosa. Ci sono dei rivoli di sangue che gli scendono anche dai ricci e gli cadono sulle spalle. È come se si fosse immerso in una vasca di sangue.
«Giacché al momento non puoi, bevo io per te. Non ti offendi mica, vero? Vero?!»
Decido di assecondarlo. Faccio di no con la testa mentre lacrime di terrore mi rigano il volto. Ti prego, ti prego, Signore, ti prego fa che non mi uccida. Fammi uscire vivo da qui e farò quello che vuoi. Tutto quello che vuoi.
«Guarda un po’ che c’è in quel pacco. Sai, ho visto che ti piaceva tanto e ti ho fatto una sorpresa!»
Ride sguaiatamente mentre si avvicina a me. Quando lo scarta e apre, vi guardo dentro. Sento la testa girare. Capisco che sto per morire, non c’è modo di sfuggire a uno psicopatico del genere.
« Tutti sono morti, nessuno è sopravvissuto... Ah ah ah! Buon Natale! »
Vi è una rosa rossa, delle carte da poker e… c’è la testa di Ambra. Ambra è, era, la ragazza che amo, la ragazza per la quale avrei fatto qualunque cosa.
«Guarda, sorride! Sorride perché è Natale, perché è morta! Ma che bella micina… hai buon gusto caro!»
Sorride? Chi sorride? Che cosa sorride? Aiuto!
Guardo meglio nella scatola e mi rendo conto di una cosa: la bocca di Ambra sta davvero sorridendo. Lo psicopatico gli ha cucito gli angoli della bocca. E deve averlo fatto prima di tagliargli la testa, a giudicare dal sangue raggrumato ai lati. Povera Ambra! Povero me!
«Allora, ti va un’altra tazza di tè? Sai, potremmo bere mentre suono il violino! Sì, che bella idea, suoniamo!»
Dice strillando e battendo le mani come un bambino. Decido di assecondarlo e faccio di sì con la testa.
«Bene benissimo! Ma non puoi bere il tè con quel tovagliolo sulla bocca, no no. Togliamolo!»
Mi abbassa il bavaglio e mi sfila lo straccio dalla bocca. Posso finalmente parlare, però decido di non farlo comunque. Non vorrei provocarlo proprio ora che si sta accingendo a liberarmi.
«Su, su, beviamo il tè che è tardi e devo andare!»
Con mio sommo orrore prende la testa di Ambra e la sposta sul mio ventre, poi si allontana verso un albero di Natale, lo scarta. Mio Dio… L’albero è fatto con il corpo di Ambra, nudo lì, con delle cuciture su tutto il corpo e un cappello di Natale al posto della testa. Noto che sui polsi ci sono dei tagli, dai quali cola del sangue. Quel pazzo ha bevuto il sangue di Ambra. Mi porge la tazza ricolma color rosso.
«Su su, fai in fretta a bere, che è tardi e devo andare»
Mi rifiuto di bere quella roba, mi rifiuto. Un conato mi sale, sento che sto per vomitare.
Prima che abbia il tempo di trovare una soluzione, però, il pazzo mi afferra per i capelli e mi alza la testa. Preme il bordo della tazzina contro le mie labbra e mi caccia in gola il sangue ancora caldo.
«Manda giù bel bambino, manda giù tutto. E’ buono il tè, vero?»
Piango, sputo, tremo. Non mi pongo più nessun problema a farlo. Non mi vergogno di quelle lacrime di terrore e di schifo. Mi sento talmente sporco ora, violato.
«E ora suoniamo, su forza bel bambino, è il momento di suonare!»
Ma dov’è il violino? Vedo che si avvicina a me con l’archetto in mano. Mi piscio addosso e neanche di questo ho il tempo di provare vergogna.
«Oh ma guarda che hai fatto, sei un bambino cattivo! Cattivo, cattivo bambino!»
Dice guardandomi negli occhi. Con l’archetto mi accarezza le labbra, anche loro ormai rosse. Da esse qualche goccia si sposta sulla corda dell’archetto. Sento come uno stridio in corpo, vorrei urlare, ma a che scopo?
«… saicosa si dice quando un violinista sta per cominciare il concerto?»
Provo un ultima volta a muovere i polsi e le gambe, ma le corde non accennano a cedere. Ormai ho rinunciato persino a pregare.
«Che i rivoli di sangue scivolino nelle vene! Così proverai il piacere della melodia… Buon Natale!»
E l’ultima cosa che sento è la sua risata sguaiata e l’archetto che preme sui miei polsi.

Una Storia di Natale - Simone Babini

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– Ragazzi, so che siete grandi, ma questa sera voglio raccontarvi una storia.
– Una storia? Veramente? Sì nonno, ormai penso che siamo troppo grandi per le fiabe di Natale — rispose sarcasticamente uno dei due nipoti, mentre l'altro scuoteva il capo.
– É una storia di Natale, ma vi assicuro che non è una fiaba, anzi è una storia vera che mi è accaduta tanti anni fa, prima che nascesse vostra madre e non l'ho mai raccontata a nessuno prima d'ora. Non vi preoccupate non è lunga...
– Lo spero bene — commentò il ragazzo più grande – Alle nove ho un appuntamento in Rete con i miei amici.
– Non ti preoccupare, non farai tardi — lo rassicurò il nonno e i ragazzi si rassegnarono finalmente ad ascoltare la storia.
– Era la notte di Natale del 2012 e...
– L'inizio non è dei più promettenti – lo interruppe ridendo uno dei due ragazzi.
– Silenzio o vi tengo qui fino a mezzanotte – li redarguì il nonno, prima di proseguire il racconto: – Come dicevo, era la notte di Natale e stavo cercando in ogni modo di tornare a casa prima della mezzanotte. Nevicava copiosamente, come non accadeva da anni, tanto che avevo dei problemi a vedere la strada, ripensandoci ora sarebbe stato meglio fermarsi e montare le catene, ma come si sa è facile ragionare col senno di poi. Avevo fretta, ero a pochi chilometri da casa e conoscendo bene la strada... bé, non pensavo fosse una situazione pericolosa, ma ovviamente mi sbagliavo.
Una sagoma scura mi attraversò improvvisamente la strada, frenai istintivamente e persi il controllo del mezzo, finendo fuori strada proprio in un punto in cui non c'era né guardrail, né muretto di protezione.
Tutto accadde in pochi istanti, ricordo l'auto che slitta sulla neve, la paura, l'inutile tentativo di frenare e poi il volo giù per il pendio scosceso.
Ci fu un violento urto e persi i sensi, in un film d'azione dell'epoca l'auto sarebbe esplosa, come se nel serbatoio al posto del gasolio ci fosse nitroglicerina, ma ovviamente non è quello che accadeva nella realtà.
– Gasolio? – chiese interdetto il più giovane dei nipoti.
– Sì, in quegli anni si usavano motori diversi da quelli di oggi, ma te lo spiegherò un'altra volta, ora torniamo al storia.
Recuperai i sensi dopo non più di venti minuti, lo so perché l'orologio sul cruscotto funzionava ancora, così come il faro destro, il cui fascio di luce illuminava solo un turbinio di neve e la sagoma dell'esile tronco d'albero contro cui si era fermata l'auto.
Ero sotto shock, davanti a me c'era l'airbag sgonfio sporco di sangue, mi faceva male il collo e il torace, ma soprattutto avevo un lancinante dolore alla gamba destra, che era chiaramente rotta.
Lo sportello era bloccato, così come la cintura di sicurezza e capii subito che non sarei mai riuscito a uscire dall'auto da solo, ma fu quando mi resi conto di dove mi trovavo che iniziai a pregare. L'auto si era fermata sull'orlo di un precipizio, che finiva almeno trenta metri più in basso nel letto di un torrente e mi aspettavo che l'auto cadesse da un momento all'altro, ma non accadde.
Suonai il clacson e urlai non so quante volte, ma sapevo che le probabilità che qualcuno mi sentisse in quella zona, in mezzo a quella bufera erano remote.
Cercai disperatamente il mio cellulare, un dispositivo di comunicazione che usavamo in quel periodo, ma non riuscii a trovarlo.
Il panico m'impediva di ragionare, non sapevo che fare ed ero certo che sarei morto, poco importava se schiantandomi nel torrente, per un'emorragia interna o per ipotermia.
Ma il peggio doveva ancora venire, ricordo che improvvisamente cominciai a sentire un picchiettio forte e ritmico sul tetto dell'auto e qualcosa che strisciava sulla carrozzeria fino a comparire per un attimo sul parabrezza.
Ero certo di aver visto un'enorme mano nera dalle dita affusolate scivolare sul vetro e di aver sentito come un sibilo.
Mi voltai verso destra e fu allora che lo vidi, un'enorme creatura di cui riuscivo a distinguere solo la sagoma nera: aveva una grande testa a forma di goccia rovesciata, il corpo lungo e sottile ed era privo di spalle, ma la cosa che più mi colpì furono le sue mani enormi, sproporzionate al resto del corpo e con dita lunghe e appuntite come artigli.
Non penso di aver mai provato tanta paura, in quel momento non pensavo più al freddo o alle ferite, pregavo solo che quella creatura se ne andasse.
Improvvisamente sparì dalla mia vista, ma continuai a sentirla muoversi, camminando sulla neve con passi lenti e pesanti, fino a posizionarsi dietro all'auto.
La creatura cominciò allora a spingere l'auto con forza cercando di farmi cadere nel precipizio, tra me e il vuoto c'era solo quell'esile tronco d'albero ed ero certo che avrebbe ceduto, ma non si spezzò o sradicò, resistette forse per un interminabile minuto dopo il quale la creatura desistette e svanì nel nulla.
Persi nuovamente i sensi e quando mi risveglia i vigili del fuoco mi stavano estraendo dall'auto. Un autista di passaggio notando la luce del faro ancora acceso aveva dato l'allarme e i soccorsi mi avevano raggiunto in stato d'ipotermia, ma ancora vivo.
So quello che state pensando, io sono una persona razionale com'è possibile che creda ai mostri?
Vedete è facile razionalizzare il tutto nella luce, nel comfort della propria casa, ma ben altra cosa è farlo quando si è soli e persi nel buio e come i nostri antenati preistorici ci troviamo a chiederci terrorizzati che cosa ci attenda nell'oscurità.
Li abbiamo chiamati e rappresentati in tanti modi nel corso dei secoli: orchi, troll, grigi, ma sono sempre Loro, sono i mostri che abitano il buio, giù nel profondo del nostro inconscio e che sono sempre pronti a farci visita...
Ogni volta che si avvicina il Natale, quando passo nel luogo del mio incidente non posso far a meno di rallentare e lanciare un'occhiata a quel pino che mi salvò la vita. É ancora lì, ora imponente e dalla chioma rigogliosa, ma alla base del tronco ricurvo posso ancora distinguere la cicatrice lasciata dal muso della mia auto.
Vedete ragazzi, senza di Lui ora voi non esistereste, per me quello è l'unico e vero albero di Natale.
   

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