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Una Storia di Natale - Simone Babini

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– Ragazzi, so che siete grandi, ma questa sera voglio raccontarvi una storia.
– Una storia? Veramente? Sì nonno, ormai penso che siamo troppo grandi per le fiabe di Natale — rispose sarcasticamente uno dei due nipoti, mentre l'altro scuoteva il capo.
– É una storia di Natale, ma vi assicuro che non è una fiaba, anzi è una storia vera che mi è accaduta tanti anni fa, prima che nascesse vostra madre e non l'ho mai raccontata a nessuno prima d'ora. Non vi preoccupate non è lunga...
– Lo spero bene — commentò il ragazzo più grande – Alle nove ho un appuntamento in Rete con i miei amici.
– Non ti preoccupare, non farai tardi — lo rassicurò il nonno e i ragazzi si rassegnarono finalmente ad ascoltare la storia.
– Era la notte di Natale del 2012 e...
– L'inizio non è dei più promettenti – lo interruppe ridendo uno dei due ragazzi.
– Silenzio o vi tengo qui fino a mezzanotte – li redarguì il nonno, prima di proseguire il racconto: – Come dicevo, era la notte di Natale e stavo cercando in ogni modo di tornare a casa prima della mezzanotte. Nevicava copiosamente, come non accadeva da anni, tanto che avevo dei problemi a vedere la strada, ripensandoci ora sarebbe stato meglio fermarsi e montare le catene, ma come si sa è facile ragionare col senno di poi. Avevo fretta, ero a pochi chilometri da casa e conoscendo bene la strada... bé, non pensavo fosse una situazione pericolosa, ma ovviamente mi sbagliavo.
Una sagoma scura mi attraversò improvvisamente la strada, frenai istintivamente e persi il controllo del mezzo, finendo fuori strada proprio in un punto in cui non c'era né guardrail, né muretto di protezione.
Tutto accadde in pochi istanti, ricordo l'auto che slitta sulla neve, la paura, l'inutile tentativo di frenare e poi il volo giù per il pendio scosceso.
Ci fu un violento urto e persi i sensi, in un film d'azione dell'epoca l'auto sarebbe esplosa, come se nel serbatoio al posto del gasolio ci fosse nitroglicerina, ma ovviamente non è quello che accadeva nella realtà.
– Gasolio? – chiese interdetto il più giovane dei nipoti.
– Sì, in quegli anni si usavano motori diversi da quelli di oggi, ma te lo spiegherò un'altra volta, ora torniamo al storia.
Recuperai i sensi dopo non più di venti minuti, lo so perché l'orologio sul cruscotto funzionava ancora, così come il faro destro, il cui fascio di luce illuminava solo un turbinio di neve e la sagoma dell'esile tronco d'albero contro cui si era fermata l'auto.
Ero sotto shock, davanti a me c'era l'airbag sgonfio sporco di sangue, mi faceva male il collo e il torace, ma soprattutto avevo un lancinante dolore alla gamba destra, che era chiaramente rotta.
Lo sportello era bloccato, così come la cintura di sicurezza e capii subito che non sarei mai riuscito a uscire dall'auto da solo, ma fu quando mi resi conto di dove mi trovavo che iniziai a pregare. L'auto si era fermata sull'orlo di un precipizio, che finiva almeno trenta metri più in basso nel letto di un torrente e mi aspettavo che l'auto cadesse da un momento all'altro, ma non accadde.
Suonai il clacson e urlai non so quante volte, ma sapevo che le probabilità che qualcuno mi sentisse in quella zona, in mezzo a quella bufera erano remote.
Cercai disperatamente il mio cellulare, un dispositivo di comunicazione che usavamo in quel periodo, ma non riuscii a trovarlo.
Il panico m'impediva di ragionare, non sapevo che fare ed ero certo che sarei morto, poco importava se schiantandomi nel torrente, per un'emorragia interna o per ipotermia.
Ma il peggio doveva ancora venire, ricordo che improvvisamente cominciai a sentire un picchiettio forte e ritmico sul tetto dell'auto e qualcosa che strisciava sulla carrozzeria fino a comparire per un attimo sul parabrezza.
Ero certo di aver visto un'enorme mano nera dalle dita affusolate scivolare sul vetro e di aver sentito come un sibilo.
Mi voltai verso destra e fu allora che lo vidi, un'enorme creatura di cui riuscivo a distinguere solo la sagoma nera: aveva una grande testa a forma di goccia rovesciata, il corpo lungo e sottile ed era privo di spalle, ma la cosa che più mi colpì furono le sue mani enormi, sproporzionate al resto del corpo e con dita lunghe e appuntite come artigli.
Non penso di aver mai provato tanta paura, in quel momento non pensavo più al freddo o alle ferite, pregavo solo che quella creatura se ne andasse.
Improvvisamente sparì dalla mia vista, ma continuai a sentirla muoversi, camminando sulla neve con passi lenti e pesanti, fino a posizionarsi dietro all'auto.
La creatura cominciò allora a spingere l'auto con forza cercando di farmi cadere nel precipizio, tra me e il vuoto c'era solo quell'esile tronco d'albero ed ero certo che avrebbe ceduto, ma non si spezzò o sradicò, resistette forse per un interminabile minuto dopo il quale la creatura desistette e svanì nel nulla.
Persi nuovamente i sensi e quando mi risveglia i vigili del fuoco mi stavano estraendo dall'auto. Un autista di passaggio notando la luce del faro ancora acceso aveva dato l'allarme e i soccorsi mi avevano raggiunto in stato d'ipotermia, ma ancora vivo.
So quello che state pensando, io sono una persona razionale com'è possibile che creda ai mostri?
Vedete è facile razionalizzare il tutto nella luce, nel comfort della propria casa, ma ben altra cosa è farlo quando si è soli e persi nel buio e come i nostri antenati preistorici ci troviamo a chiederci terrorizzati che cosa ci attenda nell'oscurità.
Li abbiamo chiamati e rappresentati in tanti modi nel corso dei secoli: orchi, troll, grigi, ma sono sempre Loro, sono i mostri che abitano il buio, giù nel profondo del nostro inconscio e che sono sempre pronti a farci visita...
Ogni volta che si avvicina il Natale, quando passo nel luogo del mio incidente non posso far a meno di rallentare e lanciare un'occhiata a quel pino che mi salvò la vita. É ancora lì, ora imponente e dalla chioma rigogliosa, ma alla base del tronco ricurvo posso ancora distinguere la cicatrice lasciata dal muso della mia auto.
Vedete ragazzi, senza di Lui ora voi non esistereste, per me quello è l'unico e vero albero di Natale.

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